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home > psicologia > anoressia

Anoressia, potere, invasione

a cura del Dr. Carmen Pernicola

La parola anoressia, che nella sua origine greca (ανορεξία) indica assenza di appetito, è oggi utilizzata per definire un disturbo mentale che sembra caratteristico della nostra società, perché in essa ha trovato ampia diffusione, ma, in realtà, può essere già individuato in tempi assai più remoti.
Nel suo libro “La santa anoressia. Digiuno e misticismo dal Medioevo a oggi (Laterza, 1985), Rudolph M. Bell riconduce all’anoressia il digiuno mistico delle sante in epoca medioevale e esamina 261 casi di donne, riconosciute dalla Chiesa Cattolica come sante, beate, venerabili o serve di Dio, vissute tra il 1200 oggi sul territorio che attualmente corrisponde all’Italia, la cui morte avvenne per”diretta conseguenza della fame dovuta a dure astinenze”.
In questa analisi Bell ripercorre, tra l’altro, la biografia di Santa Chiara, fondatrice dell’ordine delle Clarisse Povere, morta per denutrizione nel 1253, dopo essersi nutrita per dodici anni solo dell’ostia consacrata e aver rinunciato, negli ultimi anni della sua breve vita, anche all’acqua. Bell parla di una vera e propria “epidemia” verificatasi tra il 1200 e il 1400 nell’area geografica compresa tra Umbria e Marche, in cui era particolarmente diffusa la presenza dei Francescani, con 36 casi accertati di sante digiunatrici nel 1200, 26 casi nel 1300, 26 casi nel 1400.
Dice Caroline Walker Bynum, medievalista, docente di storia alla Columbia University che “Furono le mistiche di età tardo medievale a dimostrare una particolare passione non solo per le immagini evocatrici dell’assaggiare e del divorare, ma anche per metafore ampie ed elaborate della fame, nonché del pane, del sangue e, in generale, del cibo. Se i manuali e le rassegne generali di storia della pietà hanno manifestato spesso la tendenza ad associare la spiritualità femminile a metafore nuziali ed erotiche, ciò è dovuto più al fatto che la sensibilità moderna è sollecitata da simili immagini che non a un’effettiva prevalenza di quelle metafore nell’esprimere l’unione con la divinità, o al fatto che queste rappresentino un modello espressivo di stampo prettamente femminile. Ciò che viceversa risulta davvero caratteristico delle donne mistiche, e che le distingue dagli uomini, è la fame di Dio” (Caroline Walker Bynum - Sacro convivio sacro digiuno. Il significato religioso del cibo per le donne del Medioevo - Feltrinelli, 2001).
Solo verso la fine dell’800 il rifiuto del cibo comincia ad entrare nel linguaggio psichiatrico, quando Philippe Pinel, responsabile della clinica Salpètriere di Parigi descrive il caso di una ragazza di diciassette anni che presenta rifiuto totale del cibo, vomito autoindotto, bradicardia e amenorrea e William S. Gull e Charles Lasegue descrivono, utilizzando la parola anoressia, uno strano disturbo che si osserva soprattutto in giovani donne, che, nonostante l’estremo livello di denutrizione rifiutano il cibo.
Anche se già nel seicento il medico inglese Richard Morton aveva pubblicato (1689) un resoconto scientifico in cui descriveva due giovani pazienti che, senza cause organiche riscontrabili, rifiutavano il cibo, e mostrano, di conseguenza una notevole perdita di peso, una bassa temperatura corporea e la scomparsa del ciclo mestruale.
Ma la vera diffusione dell’anoressia si realizza nella seconda metà del novecento. Per comprendere meglio questa diffusione esponenziale dell’anoressia occorre soffermarsi per un momento sul substrato culturale e sociale cui partecipano le anoressiche dei nostri tempi, substrato che comincia a manifestarsi con chiarezza proprio negli anni settanta, quando comincia a imporsi l’emancipazione sessuale della donna e si porta a compimento la cosiddetta “liberazione sessuale”, realizzando quello che aveva già scritto il filosofo Herbert Marcuse (1898-1979), nel 1955, nel suo Eros e civiltà: “Liberando gli istinti, liberando la nostra natura più vera, noi possiamo eliminare nel contempo il dominio, l’autorità. Ricreando un sano rapporto tra noi e la nostra sessualità, possiamo giungere a ridisegnare i rapporti tra le persone.”
La sessualità, come aveva profetizzato Marcuse, si espande nei rapporti privati, nella società, diventa, come dirà David Cooper, dall’interno del movimento antipsichiatrico, rivoluzionaria, uscita dalla repressione.
L’emancipazione sessuale della donna cerca di passare attraverso la liberazione del corpo: la minigonna diventa simbolo di indipendenza, sfida alle convenzioni, segnale di rivolta. Le femministe mettono “al rogo” il reggiseno, simbolo di costrizione del corpo, rivelando una ricerca di un modo nuovo di vivere la sessualità e la coppia. La sessualità diventa, in qualche modo, obbligatoria. Le donne devono mostrarsi liberate sessualmente.
Questo modello eversivo, che esprime la volontà della donna di essere arbitro della propria sessualità deve però fare i conti con un universo culturale maschile che vede nel corpo femminile una minaccia, tollerabile solo perché destinata alla riproduzione.
Come le sante digiunatrici del Medioevo, che con il proprio digiuno esprimevano il rifiuto di un modello monastico dell’obbedienza alla regola, rivendicando una maggiore libertà individuale nell’ascesa mistica, così le anoressiche di oggi sembrano rivelare, con il proprio digiuno, il rifiuto, o l’impossibilità, di aderire a un modello sociale di emancipazione femminile, rivendicando una maggiore libertà individuale nel rapporto con l’altro sesso.
Le anoressiche avvertono la condizione femminile come condizione di subalternità sociale e culturale, non protette da un ambiente familiare, e spesso diventano un modello che circola e viene reinterpretato attraverso la griglia della cultura. Raramente l’anoressia resta all’interno del territorio protetto della famiglia e controllato dai genitori, ma spesso viene socializzata diventando oggetto di ammirazione e di angoscia.
L’anoressia è l’unico mezzo con cui le anoressiche pensano di poter accedere all’affermazione individuale e di non cadere sotto il controllo dell’uomo. Scriveva già Santa Caterina nel suo Dialogo della Provvidenza:”Essere la serva di Dio significa non essere soggetta all’autorità di nessun uomo. Cancellare ogni sensazione umana di dolore, fatica, desiderio sessuali e fame significa essere padrona di se stessa”.
L’anoressia sembra allora esprimere l’ambivalenza tra un ruolo sociale femminile positivo, “emancipato”, e una visione più profonda e oscura della femminilità e del corpo.
Così sembra che le anoressiche, nel controllo del cibo, cerchino di diventare padrone di se stesse, di liberarsi da quella che sentono come la schiavitù dell’uomo. L’anoressia diventa allora rinuncia alla femminilità e denuncia della impossibilità delle donne ad avere il potere, promesso dalla liberazione sessuale, “segno” di fuga da una temuta identità sociale di donna come sposa, invasa, che mai avrà il potere di essere individuo.
Possiamo allora dire che se il fine formale dell’anoressia è chiaramente quello di perdere peso, il fine sostanziale è piuttosto quello di perdere le forme femminili e di raggiungere una posizione completamente desessualizzata. (Ignazio Majore, 2005).
L’anoressica, quindi, vuole dimagrire perché vuole perdere le forme, smettere di essere un oggetto sessuale. Infatti, le ragazze anoressiche sono molto concentrate su questa continua verifica della presenza di forme femminili nel loro corpo, che cercano di perdere perdendo peso.
Già la Bruch, nei suoi studi pionieristici su pazienti anoressiche aveva introdotto il concetto di senso incompleto del sé, osservando che le ragazze anoressiche mostrano di non sapere riconoscere i propri stati emozionali interni e di agire passivamente le richieste esterne.
E’ questa la posizione dell’impostazione dell’analisi mentale, moderna evoluzione della psicoanalisi, fondata da Ignazio Majore, già analista didatta dell’International Psichoanalitic Association, secondo cui nell’anoressia la problematica profonda origina dal fatto che l’anoressica vive in una condizione completamente simbiotica con la madre e con il collettivo, è totalmente invadibile dal collettivo e con il rifiuto del cibo cerca di filtrare questa invasione.
Il rifiuto del cibo è la modalità con cui le anoressiche si relazionano con il mondo. Nell’anoressia l’intestino viene delegato, al posto della mente, a una funzione di rapporto con il mondo esterno. Sia l’intestino sia la mente hanno biologicamente una funzione di collegamento con il mondo esterno. 
L’anoressica vorrebbe liberarsi da questi eccessivi influenzamenti esterni, ma non riesce a farlo a livello mentale. Si illude di riuscire a farlo espellendo del semplice cibo. Non riesce a espellere le invasioni mentali, perché tali invasioni sono sempre inapparenti, difficili da identificare.
L’anoressica, infatti, sente il cibo come un invasore, che può danneggiare dall’interno il suo corpo. In qualche modo traduce l’impalpabile invasione mentale cui è soggetta da parte dell’ambiente esterno in una invasione più palpabile, che è quella del cibo, che è sempre più concreto, e quindi, anche padroneggiabile.
L’anoressica cerca di padroneggiare l’invasione, l’attacco distruttivo del cibo al suo corpo, perché non riesce a padroneggiare l’invasione, l’attacco distruttivo dell’ambiente esterno (le relazioni personali) alla sua mente individuale.
Questa invasione da parte dell’ambiente esterno avviene attraverso le relazioni personali. L’anoressica sente che le relazioni personali sono troppo invasive, avverte in profondità la sua incapacità di difendersi da questa invasione mentale, la sua eccessiva influenzabilità, che significa morte della individualità, e quindi si difende, impedendosi di avere queste relazioni. 
Il cibo è una fondamentale sorgente biologica di vita, è ricco di valenze primarie, è il rapporto con il mondo. La presenza di cibo è vita. L’assenza di cibo è morte. Il rapporto con il cibo è sempre un rapporto di vita e di morte. Questo rapporto è meno evidente nella nostra società in cui è rara la mancanza di cibo, ma è forte nel bambino che dipende dagli altri per nutrirsi e sente il ritardo o la mancanza di nutrimento come pericolo per la propria vita. Cercare di controllare, di padroneggiare il cibo, è un modo per cercare di padroneggiare la propria angoscia di morte.
Le anoressiche non sono disappetenti, anzi, in genere, trafficano molto con il cibo, cucinano per gli altri, vogliono che gli altri mangino.
L’anoressica che cerca di controllare il cibo, dimostrando di poterne fare a meno, sembra voler dimostrare la propria capacità di padroneggiare la propria vita e di combattere la morte. E per le anoressiche il pericolo di morte mentale viene dalle relazioni con gli altri. Le anoressiche sentono di essere completamente invase dagli altri, di non avere confini mentali solidi tra il sé e l’ambiente esterno, di non avere un sé individualizzato. E vivono i rapporti con gli altri come una invasione che può distruggerle.
Il rapporto personale più invasivo, perché più intimo, è quello sessuale. L’anoressica non può permettersi rapporti con gli altri, che sente come minacciosi per la sua esistenza mentale. A maggior ragione non può permettersi rapporti sessuali, che sente come rischio terribile di invasione mentale.
I rapporti personali, e in particolar modo i rapporti sessuali, sono pieni di morte per l’anoressica. Tutte le relazioni personali dell’anoressica sono rapporti con la morte, che riceve e dà agli altri. Per questo motivo al fondo dell’anoressia possiamo dire che sembra esserci una paura della sessualità, che l’anoressica sente come troppo invasiva, paura di una invasione non palpabile, quindi poco padroneggiabile, che l’anoressica sposta sul cibo, più concreto e quindi apparentemente più governabile.
L’anoressica percepisce la propria morte mentale, ma non riesce a reagire ad essa in maniera creativa. Dosa il cibo, mentre vorrebbe riuscire a dosare i rapporti. Cerca un equilibrio tra la vita e la morte con il cibo, mentre vorrebbe trovare un equilibrio tra la vita e la morte mentale nei rapporti con gli altri. 
La deferenza nei confronti delle anoressiche è promossa e patrocinata dalla società, che spesso le addita a canone estetico di perfezione; la società in quel caso legittima il potere dell’anoressica, riconoscendole il carisma e invidiandone la capacità di controllo sul corpo e di ripudio della propria sessualità femminile, avvertita ancora oggi, a livello profondo, come pericolosa e minacciosa.
Tutto il mondo esterno passa attraverso l’anoressica, che non esiste come individuo e non può staccarsi da questo ambiente esterno in cui è immersa.
Storicamente il ruolo delle donne è quello di preparare, distribuire, “controllare” il cibo, e pertanto rinunciarvi diventa una forma efficace di sconvolgimento delle relazioni sociali.
L’anoressica porta all’esasperazione questa forma di controllo del cibo, che assume così un tentativo di acquisire potere, di definire se stessa nei confronti della famiglia e della società. Il digiuno dell’anoressica viene a costituire un modello alternativo, eminentemente carismatico, di affermazione attraverso il rovesciamento di significato di norme di comportamento previste per lei, mantenendosi all’interno di un linguaggio culturale condiviso: il controllo del corpo attraverso il controllo del piacere.
Come le mistiche l’anoressica scopre nel digiuno uno spazio di inaudita libertà, di provocatoria trasgressione nei confronti della natura-società, sente che la società le ha negato un ruolo "attivo" e trasforma il modello della abstinentia-continentia in un momento di affrancamento e realizzazione individuale, “segno” di un esistere come “persona”, anche se scissa. 
Il corpo è per l’anoressica uno strumento di asservimento e di spersonalizzazione, costretto nelle maglie soffocanti di vincoli biologici e culturali, cui occorre rinunciare, in favore di una scelta “di santità” altamente individualistica e “ribelle”. 
Decisa a sottrarsi a un destino che le vuole relegare nell’anonimato di un’assenza di individualità, opera la scelta del digiuno e della mortificazione del suo corpo femminile, simbolo dell’invasione che le impedisce di essere individuo e aspira a un corpo asessuato, puro, libero da ogni traccia di indesiderata femminilità.
Organizzando, in questo modo, il suo rapporto con il cibo e con il corpo l’anoressica organizza così la propria morte mentale.

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