Quando si parla di depressione, si pensa quasi sempre alla tristezza. Ma per molte persone il sintomo più invalidante è un altro: la perdita di piacere, interesse e motivazione. In termini clinici si chiama anedonia, ed è una componente molto comune nei disturbi depressivi, spesso presente anche nell’ansia e in altre condizioni psichiatriche.
È proprio su questo aspetto che si concentra uno studio pubblicato su JAMA Network Open, dedicato alla Positive Affect Treatment (PAT), una psicoterapia sviluppata per aiutare i pazienti a recuperare la capacità di anticipare, riconoscere e vivere esperienze positive. Il messaggio di fondo è semplice ma importante: nella depressione non basta sempre ridurre il malessere; in alcuni casi bisogna anche ricostruire attivamente il benessere.
Che cos’è la Positive Affect Treatment

La Positive Affect Treatment, o PAT, è un intervento psicoterapeutico pensato per lavorare sull’affettività positiva, cioè su quel sistema psicologico che sostiene piacere, coinvolgimento, slancio, gratitudine, senso di scopo e sensibilità alla ricompensa.
In pratica, la terapia aiuta la persona a:
- programmare attività piacevoli o significative;
- immaginare e anticipare esperienze positive future;
- prestare più attenzione agli aspetti gratificanti della vita quotidiana;
- “assaporare” i momenti positivi quando si presentano;
- rafforzare il legame tra comportamenti costruttivi e miglioramento dell’umore.
La terapia di confronto utilizzata nello studio, chiamata Negative Affect Treatment (NAT), era invece focalizzata soprattutto sulla riduzione degli stati emotivi negativi, attraverso tecniche come esposizione, ristrutturazione cognitiva e training respiratorio.
Come è stato condotto lo studio
Il trial ha coinvolto 98 adulti con livelli molto bassi di emozioni positive e con sintomi depressivi o ansiosi di entità da moderata a grave, tali da compromettere il funzionamento quotidiano. I partecipanti sono stati assegnati casualmente a uno dei due trattamenti e hanno svolto 15 sedute individuali settimanali, in telemedicina.
Si tratta di un punto metodologico rilevante: la PAT non è stata confrontata con una lista d’attesa o con nessun trattamento, ma con un’altra psicoterapia attiva. Questo rende il confronto più rigoroso e più utile per capire se il nuovo approccio offra davvero qualcosa in più.
I risultati: promettenti, ma da leggere con misura
Il risultato principale è che la PAT ha prodotto un miglioramento clinico complessivo maggiore rispetto alla NAT, e questo vantaggio era ancora presente a un mese dalla fine del trattamento.
Detto in modo semplice, i pazienti trattati con un approccio centrato sulle emozioni positive hanno mostrato un andamento clinico leggermente migliore rispetto a quelli trattati con una terapia focalizzata sulle emozioni negative.
Tuttavia, il quadro va letto senza enfasi eccessive. Gli stessi dati mostrano che:
- il vantaggio della PAT è stato modesto, non enorme;
- il miglioramento è apparso soprattutto nello stato clinico complessivo e nei sintomi di depressione e ansia;
- quando alcune misure sono state analizzate separatamente, la superiorità della PAT non è risultata sempre statisticamente netta, in particolare per anedonia e affettività positiva auto-riferita.
In altre parole, lo studio suggerisce che la PAT sia promettente, ma non autorizza a presentarla come una svolta definitiva o come una cura risolutiva.
Perché questo studio è interessante
L’aspetto più utile, sul piano clinico e culturale, è forse un altro: lo studio rimette al centro una realtà spesso trascurata. Molti pazienti non desiderano soltanto “soffrire meno”; desiderano anche tornare a provare qualcosa. Vogliono recuperare interesse, piacere, motivazione, connessione con gli altri, senso di vitalità.
Per questo l’idea di intervenire direttamente sull’anedonia e sul basso affetto positivo è rilevante. Da tempo sappiamo che questi aspetti sono associati a decorso più difficile, minore probabilità di remissione e maggior rischio di ricaduta. Trattarli in modo mirato ha quindi una logica clinica solida.
Attenzione ai titoli sensazionalistici: non è corretto parlare di “cervello ricablato”
Alcuni articoli giornalistici hanno descritto questi risultati con formule come “la terapia che ricabla il cervello” o “ripristina la gioia”. Sono espressioni efficaci, ma più forti di quanto lo studio dimostri davvero.
Il trial, infatti, non ha misurato direttamente il cervello con tecniche come risonanza magnetica funzionale o altri esami di neuroimaging. I ricercatori hanno valutato soprattutto:
- questionari e scale cliniche;
- compiti comportamentali;
- alcune misure fisiologiche periferiche.
Inoltre, i meccanismi risultati più collegati al miglioramento clinico sono stati soprattutto quelli rilevati tramite self-report, cioè tramite ciò che i pazienti riferivano di sé. Le misure comportamentali e fisiologiche non hanno mostrato lo stesso peso esplicativo.
Per questo la formulazione più corretta è che la PAT potrebbe agire su processi psicologici legati alla ricompensa e alle emozioni positive, non che abbia dimostrato di “ricablare” il cervello.
Un dato interessante: anche l’altra terapia ha funzionato
Un altro elemento da non trascurare è che anche la NAT ha prodotto miglioramenti, e in alcuni indicatori legati alla minaccia e all’affettività negativa si è comportata come previsto. Non solo: diversi processi collegati alla ricompensa sono migliorati in entrambi i gruppi.
Questo suggerisce che le psicoterapie, anche quando partono da modelli diversi, possano condividere alcuni meccanismi di cambiamento. È un aspetto importante, perché invita a non contrapporre in modo semplicistico “terapie del positivo” e “terapie del negativo”.
I limiti dello studio
Come ogni ricerca clinica, anche questa ha limiti da tenere presenti:
- il campione era relativamente piccolo;
- il follow-up si fermava a un mese, quindi non sappiamo quanto a lungo durino gli effetti;
- le sedute erano tutte online;
- lo studio non era progettato per dimostrare effetti diretti su esiti come suicidalità o ricaduta a lungo termine;
- molte conclusioni sui meccanismi si basano su misure soggettive, non su indicatori neurobiologici diretti.
Questo non sminuisce il valore del lavoro, ma aiuta a collocarlo correttamente: buona evidenza preliminare, non prova definitiva.
Che cosa possiamo portare a casa
Per chi soffre di depressione o ansia accompagnate da anedonia, il messaggio è importante: la perdita di piacere e motivazione non è un dettaglio secondario, ma un bersaglio terapeutico centrale. E una psicoterapia che lavori in modo esplicito sul recupero delle emozioni positive può avere senso clinico.
La Positive Affect Treatment appare dunque come un approccio serio, ben fondato e degno di ulteriori studi. Ma il dato più utile, per ora, è forse questo: nella salute mentale non sempre guarire significa soltanto ridurre il dolore; a volte significa anche tornare a rendere possibile la gioia.
Fonte scientifica:
Meuret AE, Rosenfield D, Wang E, et al. Positive Affect Treatment for Depression, Anxiety, and Low Positive Affect: A Randomized Clinical Trial. JAMA Network Open. 2026;9(4):e267403. doi:10.1001/jamanetworkopen.2026.7403
Questo contenuto ha finalità informative e non sostituisce il parere di un medico o di uno specialista della salute mentale. In presenza di sintomi depressivi, ansia persistente o perdita di piacere e motivazione, è opportuno rivolgersi a un professionista qualificato.
