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home > psichiatria > suicidio

Il fenomeno suicidio: fattori psicopatologici e sociali

a cura di Francesco Giubbollini
 

Il suicidio è un fenomeno di vasta rilevanza sociale, la cui frequenza varia in epoche e culture diverse. Analogamente a quanto è avvenuto per ogni altra manifestazione psicopatologica, lo studio del suicidio si è avvalso di un duplice paradigma: da una parte il paradigma personologico, di derivazione psicoanalitica e antropofenomenica, che, partendo dalla concezione del suicidio come "atto insano", ha contribuito a svelarne dinamiche e significati, dall'altra il paradigma sociologico, che ha considerato le manifestazioni umane come parte di un più vasto sistema culturale e socio-economico.
Numerose sono in effetti le variabili psicologiche e sociali che possono essere considerate fattori di rischio suicidario.


Psicopatologia del suicidio
Jean Esquirol in "Des maladies Mentales" pubblicato a Parigi nel 1838 sostiene che l'uomo attenta alla propria vita solo quando delira ed i suicidi altro non sono che degli alienati.
In psicoanalisi ci si è accostati al fenomeno del suicidio, pur potendo questo essere conclusione di numerosi stati psicopatologici, soprattutto considerando la psicopatologia della Depressione.
Secondo Freud (1) il suicidio è un omicidio mancato: il
Nel mondo occidentale il suicidio è tra le prime dieci cause di morte e ogni giorno muoiono per questa causa circa mille persone paziente futuro suicida, ha introiettato una figura im­portante, un tempo amata ed ora odiata, che viene uccisa nell'immaginazione attraverso il suicidio, cioè dirigendo verso se stesso l'ostilità provata nei confronti dell'altro, e raggiungendo, inoltre, attraverso il suicidio, l'espiazione dei sensi di colpa provocati dalla coscienza di tale ostilità.
Secondo lo schema interpretativo freudiano si raggiunge con il suicidio un duplice vantaggio inconscio: il vantaggio primario, relativo all'espiazione delle colpe nonché alla punizione dell'oggetto d'amore interiorizzato, e quello secondario, relativo alla colpevolizzazione delle persone significative contro cui e per le quali, ci si suicida.
Karl Menninger (2) ritiene che debbano esistere tre componenti psichiche perché possa realizzarsi il suicidio:
1) il desiderio di uccidere tratti indesiderati del proprio io
2) il desiderio di essere ucciso come impulso di espiazione;
3)'il desiderio dr morire per ricongiungersi a Dio o alla persona perduta.
Ludwig Biswanger (3) pone particolare attenzione alla dimensione del tempo del paziente suicida descrivendone la frammentazione e la incapacità a proiettarsi nel futuro. Silvano Arieti e Jules Bemporad (4). affrontano il problema del suicidio, in particolare nella depressione grave, ponendo in primo piano i sentimenti di impoten­za e fallimento.Herbert Hendin (5) nega che la psicopatologia depressiva, da sola, sia sufficiente a determinare la condotta suicidaria ed ipotizza che varie costellazioni psicodinamiche possano essere implicate nel suicidio:
morte come ritorsione verso l'altro; riunione con la persona amata; suicidio come fantasia di rinascita; suicidio come espiazione di colpe ed autopunizione.
Franco Fornari sottolinea l'aspetto metacomunicativo dell'atto autoaggressivo, ritenendo che il suicida, sebbene appaia voler negare il proprio rapporto con il mondo, in realtà lo ricerca disperatamente.
Il paradosso del suicidio sarebbe quello di voler rap­presentare una "negazione della morte". Gaetano Benedetti (7) analizza il problema del suicidio nella psicopatologia della schizofrenia rilevando anzitutto la frequenza delle fantasie suicidane nei pazienti schizofrenici e riconducendola alla sofferenza del paziente che assiste allo sfacelo del proprio io, specie nelle fasi iniziali della psicosi. Interpreta fantasia suicidaria e suicidio come meccanismo di difesa dell'Io contro le autoaggressioni provenienti dall' Es e come tentativo di liberazione.

II contributo sociologico alla comprensione del suicidio
Sin dalla prima metà dell'800 è però controverso che il suicidio sia davvero un atto commesso solo da insani ed è proprio in questo periodo che le cause del suicidio iniziano ad essere ricercate fuori dall'individuo e nella società.
Se la psicoanalisi e le interpretazioni di ordine psicodinamico hanno contribuito dunque a chiarire il significato e le cause intrapsichiche del comportamento suicidario, la ricerca sociologica ha particolarmente cercato i evidenziare le cause sociali del suicidio.
Lo studio di Emile Durkheim (8) sul suicidio viene tuttora considerato il più completo e valido tentativo di a­nalisi sociologica del fenomeno. Non è nostra intenzione in questa sede analizzare compiutamente la ricerca durkheimiana: ci limiteremo a considerare gli aspetti più rilevanti e quelli che maggiormente si prestano a correlati che potremmo definire di ordine psico-sociale. Durkheim descrive tre "modalità sociali" di suicidio, che sono:
1) il suicidio egoistico;
2) il suicidio altruistico;
3) il suicidio aKomico.
Il suicidio egoistico è tipico dell'individuo G é .si è estraniato dal gruppo sociale cui a attiene, entrando in uno stato di isolamento e dismisura, dualizzazione. Il suicidio altruistico, al contrario, è determinato da una eccessiva socializzazione, da una eccessiva integrazione, che rende l'individuo depersonalizzato. Nella terza forma di suicidio, quella gnomica, l'influsso degli squilibri sociali è particolarmente evidente.
Il termine "anomia" indica una condizione di mancanza, o di grave insufficienza, dei sistemi di norme e di valori che regolano la vita collettiva di un gruppo. Durkheim ritiene che la tendenza al suicidio sia inversamente proporzionale al grado di integrazione dei gruppi sociali di cui l'individuo fa parte.
Il fattore "appartenenza ad un gruppo" teorizzato da Durkheim rimane a1 centro dell'indagine sociologica successiva, che viene comunque arricchita di ulteriori ' apporti. Henry Wechsler (9) riconduce alla disgregazione sociale la causa fondamentale del suicidio e pone come intermedia la condizione depressiva che da tale disgregazione deriva e che al suicidio conduce
Warren Breed (10) sostiene che il suicidio è favorito da una mobilità economica discendente.
Peter Sainsbury (11) amplia il concetto di isolamento sociale ed introduce delle variabili di maggiore rilevanza psico-sociale, quali le condizioni di immigrazione, disoccupazione, età anziana. Come è possibile vedere, numerose sono le tematiche affrontate dalla ricerca sociologica che possono avere implicazioni anche da un punto di vista psicologico.
Tenteremo di fornire una interpretazione complessiva del suicidio, tenendo conto di tutte tali variabili, nel tentativo di individuare i vari fattori e le relazioni tra questi che possono avere importanza nel determinismo della condotta suicidaria.
Affronteremo brevemente il tema delle cosiddette "Epi­demie suicidane".

Aspetti clinici del suicidio
Possiamo innanzitutto distinguere il suicidio (ed il tentativo di suicidio" o T.S.) dagli "equivalenti del suicidio" e dal suicidio focale.
Si distingue inoltre il suicidio "razionale", conclusione di atto lucido ed intenzionale, spesso a lungo elaborato e preparato, ed il suicidio "automatico", un suicidio im­pulsivo spesso elaborato esclusivamente a livello inconscio e realizzato come acting-out.
Sia a proposito della patologia depressiva che schizofrenica, o meglio di particolari momenti di queste, si è parlato della cosiddetta. "sindrome pre-Suicidaria", che sarebbe caratterizzata da idee o fantasie di suicidio, restringimento del pensiero, inibizione dell'aggressività etero-diretta e isolamento: tale sindrome sarebbe appunto tipica sia del periodo di remissione di un disturbo schizofrenico, periodo in cui si raggiunge una maggiore consapevolezza de]. proprio stato e della propria esperienza, sia della fase iniziale di una terapia antidepressiva in cui l'azione farmacologica sblocca l'inibizione psicomotoria mentre il nucleo ideico di tipo depressivo permane ancora intatto.
In realtà riteniamo che si possa concettualizzare la sindrome pre-Suicidaria in modo maggiormente estensivo e considerare come tale qualunque patologia psichiatrica, suscettibile di condurre al suicidio, nel momento in cui si inseriscono, nel decorso di questa, eventi di natura psicologica, relazionale o sociale in grado di aumen­tare sensibilmente tale rischio.

Per "condotta Suicidaria"si intende:
1) l'idea o rappresentazione mentale dell'atto;
2) il tentativo di suicidio, che può essere tale in quanto suicidio mancato (per cause estranee alla volontà del soggetto) oppure in quanto dimostrativo;
3) il suicidio vero e proprio, atto riuscito di autodistruzione (Tab II).
lesive per l'individuo, che conducono o possono con­durre a morte attraverso modalità protratte o diluite.

Si è ritenuto in passato che anche la volontà di inanizione dell'anoressia mentale potesse rispondere ad una interpretazione di tal genere ma sia Mara Palazzoli Selvini (12) che Hilde Bruch (13) sono giunte alla conclusione che l'evento di morte nell'anoressia rappresenta una sorta di incidente di percorso nella carriera anoressica, incidente determinato soprattutto dall'alterazione dell'immagine corporea e della coscienza di sé tipiche della malattia.
Il suicidio focale è quello proprio delle automutilazioni e della cosiddetta "surgery addiction", o chirurgofilia. Il concetto di suicidio può essere infine ulteriormente
ampliato includendovi i cosiddetti "suicidi subintenzionali", ovvero quelle morti legate ad attività estremamente rischiose, scelte dal soggetto per motivazioni più o meno conscie (Tab I).
Come quindi è facilmente comprensibile, condotte suicidarle possono in varie forme ritrovarsi in numerose patologie psichiatriche, anche se comprensibilmente il suicidio è massimamente associato a patologia depressiva, in particolar modo a patologia depressiva endogena.

Le epidemie di suicidi
Un cenno particolare merita il problema delle cosiddette "epidemie di suicidi": epidemie circoscritte nel tem­po, spesso caratterizzate da identiche modalità suicidarie.
Epidemie di tal genere vengono descritte in America, nel 1894 e nel 1910, in Inghilterra nel 1948. Epidemie suicidarie si sono verificate negli ultimi anni anche in Italia.
Il peso dell'imitazione dal possibile ruolo svolto dalla stampa ed il peso svolto dall'imitazione nella decisione del suicidio ed è giunto alla conclusione che tale influenza appare essere trascurabile.
Il peso dell'imitazione era stato precedentemente considerato anche da Durkheim che era giunto ad analoghe conclusioni.
Se ciò è indubbiamente vero da un punto di vista statistico, tuttavia riteniamo si debba attentamente conside­rare il fenomeno. Innanzitutto potremmo distinguere, pur essendo spesso tali aspetti intimamente collegati, il
In questo senso potremmo parlare di epidemie 'Normali' di Suicidio, "epidemie" cioè nelle quali ciò che viene imitata è la modalità attraverso cui si compie il suicidio, e fare una distinzione da quelli che potremmo definire invece "suicidi indotti".
Nel primo caso possiamo ipotizzare che il ruolo della stampa, che pure certamente esiste, sia secondario riguardando esclusivamente, o quasi, l'aspetto formale dell'atto suicidario.
Nei suicidi indotti si potrebbe al contrario considerare un ruolo di maggiore importanza, svolto dagli organi di informazione: in questo caso, i suicidi possono essere: considerati conseguenza indiretta di un particolare clima sociale, ad alto contenuto emotivo, in grado di influire sensibilmente nel determinismo della condotta suicidaria amplificando angosce e timori patologici in personalità predisposte (si pensi a titolo di esempio alla vera e propria epidemia di suicidi di alcuni anni fa, in Italia, di individui che si suicidavano ritenendo erroneamente di essere affetti da Aids nel periodo in cui la stampa dava eccezionale rilievo alla malattia )
In ogni caso, possiamo ritenere i periodi epidemici suicidare fattori aggiuntivi di rischio.
In ambedue i casi, infine, la dimensione collettiva della morte per suicidio può assumere valore particolare, come cercheremo di evidenziare più avanti.

La valutazione dei rischio di suicidio
Affrontando la problematica del suicidio, uno degli aspetti più importanti è rappresentato dalla possibilità di poterne correttamente valutare, caso per caso, il rischio: tale valutazione implica la necessità di un'analisi multidimensionale e multifattoriale da effettuarsi a tre diversi livelli: un primo livello, che possiamo definire sovrastrutturale, riguarda aspetti. ideologici o religiosi del gruppo di appartenenza del soggetto potenziale suicida; un secondo livello, che definiremo strutturale, concerne gli aspetti economici e sociali; infine un terzo livello, che possiamo definire sottostrutturale (o individuale o intrapsichico) che riguarda più da vicino le dinamiche relazionali e le tensioni psichiche del. soggetto in esame.
E' ovvio come tali tre diversi livelli possano essere singolarmente identificati solo a fini didattici, essendo variabili in grado di interagire strettamente.

Sebbene non sia possibile identificare con assoluta certezza la possibilità e l'entità del rischio di suicidio, sarà opportuno considerare con paricolare attenzione la presenza dei seguenti dati:

1) Fattori Anamnestici: suicidi in ascendenti e collaterali, o, generalmente, nell'ambiente relazionale prossimo al paziente; pregressi tentativi di suicidio.
2) Fattori Generali: età (in particolare, presenio ed adolescenza),eventuale presenza di malattie croniche invalidanti di tipo cerebrale o extracerebrale.
3) Fattori psicopatologici propriamente detti: disturbi depressivi (maggiori e distimia), disturbi schizofrenici, disturbi di personalità, disturbi bipolari. Inoltre, presenza di alcoolismo o tossicomanie.
4) Fattori socio-economici e relazionali: eventi stressanti di vita, perdita del "ruolo" sociale in senso lato, rottu­re di equilibri affettivi, economici e sociali in generale.
5) Fattori soggettivi: espressione di sentimenti di "taedium vitae", colpa, autoaccusa, incapacità o inguaribilità, infine di solitudine e/c, di isolamento sociale.
6) Fattori aspecifici (sovrastrutturali): epoche di transizione sociale, perdita di valori e periodi di crisi ideologiche o di rischio "epidemico".

Considerazioni conclusive
Se può essere considerato utile ampliare i limiti della sindrome pre-suicidaria, al fine di porre particolare attenzione ai fattori di rischio suicidario e nel tentativo di svolgere un'efficace azione preventiva, per lo stesso motivo considereremo in queste brevi note solo il suicidio vero e proprio, trascurando quelle definizioni che tendono invece ad ampliare il concetto di suicidio e non ci soffermeremo quindi sugli equivalenti suicidare, sui suicidi focali e subintenzionali.
Analogamente, non affronteremo le tematiche collegate al tentativo suicidario ed ai rapporti di questo con il suicidio. Le considerazioni che seguono, comunque, possono essere considerate almeno in parte comuni ed estendibile ad ogni forma clinica di suicidio.
Secondo Erwin Stengel (15) in media circa un terzo di coloro che si suicidano soffrono o hanno sofferto di gravi forme di nevrosi, psicosi o disturbi della personalità.
Si può ritenere approssimativamente che circa il 15% dei pazienti affetti da varie forme di depressione muoia per suicidio. Non riteniamo si possa esaurientemente spiegare il fenomeno suicidario esclusivamente in termini psicopa­tologici e ciò sostanzialmente per due motivi:
1) Non tutti i pazienti che muoiono o tentano di morire suicidandosi sono riconosciuti soffrire di disturbi mentali: i due terzi almeno non possono essere inclusi in categorie diagnostiche psichiatriche.
2) Non esiste una costellazione psicopatologica specifica del suicida sebbene infatti si riconosca una particolare frequenza del suicidio nell'ambito della patologia depressiva, questa da sola non è sufficiente a spiegare la condotta suicidarsa né d'altra parte il fenomeno suicidio è peculiare della patologia depressiva.
Per quanto attiene il primo punto, seppure si possa ammettere la possibilità che alcuni casi sfuggano all'indagine psichiatrica e quindi ad un corretto inquadramento diagnostico, ovviamente tale ipotesi non è generalizzabile a tutti i casi di suicidio.
Per quanto riguarda invece la psicopatologia depressiva, anche rimanendo esclusivamente nell'ambito della depressione maggiore ed anche quando si consideri la presenza di idee, persino deliranti, di colpa c/o di inguaribilità, queste non sono in grado, da sole, di spiegare e di rendere sufficientemente conto del fenomeno suicida '
La stessa ricchezza delle ipotesi, sia di tipo psicodinamico che sociologico, rende evidente da una parte la complessità del fenomeno e dall'altra la incertezza nel riconoscere e nell'evidenziare l'essenza stessa del suicidio, essenza che sembra sfuggire alla piu intima comprensione.
Ciò può rendere conto della difficoltà ad individuare correttamente la "fase pre-suicidarsa", il cui tentativo di definizione ha tuttavia il merito di sottolineare la necessità di un'analisi dettagliata della "meditazione" suicidaria e dei fattori di rischio ad essa collegati.
Possiamo quindi tentare una definizione: del suicidio considerandolo, con Orazio Siciliani (16), una risposta individuale, non necessariamente o non esclusivamente patologica in sé e per sé, che può essere però considerata traduzione di una condizione patologica esistente se non a livello individuale almeno a livello relazionale, o sociale, o generalmente esistenziale.
E' in virtù di ciò che lo studio dei correlati "psicopatologici" e "psicosociali" del suicidio può consentire l'individuazione di dinamiche comuni alla maggior parte dei suicidi e, di conseguenza, costituire un valido approccio tendente alla prevenzione del suicidio stesso. Abbiamo già accennato alla psicodinamica del suicidio nella depressione, enumerando le varie componenti di aggressività, colpa, espiazione, rinascita può essere sufficiente a questo punto sottolineare ulteriormente la funzione di appello dell'atto suicida, inteso e fantasticato come ultima disperata modalità di comunicare la propria sofferenza.
Analogamchte, il paziente schizofrenico più frequentemente può suicidarsi durante la fase iniziale della psicosi, o in quella di remissione della sintomatologia dissociativa, periodi durante i quali è particolarmente avvertita la consapevolezza della propria condizione e l'impossibilità di ricostruire validi legaml con la realta sociale.
Considerazioni simili possono farsi per i pazienti affetti da disturbi di personalità, per i quali il suicidio è massima espressione di asocialità, per gli adolescenti che vivono la dissoluzione degli investimenti infantili prima che quelli dell'adulto si siano affermati, per gli anziani che vedono il loro ruolo sociale e la loro capacità produttiva ridursi sino a scomparire.
Ciò che sembra accomunare vissuti psicopatologici e situazioni esistenziali è l'intollerabile sentimento di soli­tudine e l'impossibilità di comunicare, ed è a questo livello che possiamo forse ricercare l'essenza intima del fenomeno suicidario.
Il suicidio si pone, in questo senso, come tentativo estremo di recupero di una modalità comunicativa che il soggetto avverte aver perduto . Infatti, possiamo considerare come, paradossalmente, la morte per suicidio riconduca il dramma privato dell'individuo, di qualunque genere esso sia, e la sua stessa esistenza in una dimensione sociale collettiva che il soggetto ritiene aver perduto: ed è proprio in tale dimensione che l'uopo fantastica, a livello conscio o inconscio, di poter ritrovare e riaffermare la propria identità umana e sociale.
Possiamo quindi considerare il suicidio come epilogo di una situazione strutturatasi in momenti diversi: la condizione preliminare, imperniata su uno o più fattori principali, di natura diversa, potendosi trattare di una condizione psicopatologica individuale, o sociale relazione, o, di un evento di vita; o di un lutto, fattori tutti comunque suscettibili di configurare una situazione di stato, improntata su sentimenti di solitudine, incomprensione, incomunicabilità, immersi o merio in un contesto di isolamento sociale, il cui aspetto fenomenico ricalca le peculiarità dei fattori di base, nell'ambito della qual si struttura la "fantasia nucleare suicidaria", ovvero l'incongrua intuizione di poter superare e risol­vere la propria condizione esistenziale di isolamento nella dimensione collettiva della morte per suicidio e nèlla risonanza emotiva che l'atto autosoppressivo produce nella collettività.

Bibliografia
1) Freud S.- Lutto e melanconia (1916). In: Opere Vol. Vlll Torino, Boringhieri, 1976.
2) Menninger K.: Psychoanalitic aspects of suicide. Int J Psyehoanalysis,, ~ 1933 pp-367-3~ .
3) Bínswanger L: Tbc case of Ellen West. In: Existence Rollo May et al. (eds) New York, Basic books, 1958.
4) Arieti S, Bemporadj: La depressione grave e lieve. Milano, Feltrinelli, 1978, pp. 174-178
5) Hendin H.- Suicide. J Nerv Ment Dis 136 236-244 1963.
6) Fornari F.- Nota sulla psicoanalisi del suicidio .In: Nuovi orientamenti nella psicoanalisi. Milano, FeltrMelli, 1970 .
7) Benedetti G.- Alienazione e personazione nella psicoterapia della malattia mentale. Torno, Einaudi, 1980, pp.97-103
8) Durkheim E.- Il suicidio. Studio di sociologia Milano, Riz­zoli, 1987.
9) Wecbsler H Comunity Growth, Depressive Disorders, and Suicide. Am J Sociology 67.. 1961, pp. 9-17
10) Breed W.- Occupation mobility and suicide among white -malesi m oc oo olew-28:1963, - -
11) Sainsbury P: Suicide in London: an ecological study .London, Chapman e Hall, 1955, pp. 62-63
12) Selvini Palazzoli M.- L Anoressia Mentale. Milano, Feltri­nelli, 1984, pp. 103-106
13) Bntch H. Anoressia. Casi clinici. Milano, Cortina, 1988, p. 114 14) Motto JA: Suicide and suggestibility. The role of tbe press. Am jPsychiatry 124:1967, 252-256
15) Stengel E.- Suicide and attempted suicide Middlesex, Penguin Books 1964, pp. 134-146
16) Siciliani 0: Fondamenti critici di psicopatologia genera­le. Roma, Il Pensiero Scientifico, 1978, pp. 126-132


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