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Last Page Update 14/10/2009 19.12.52

home > psichiatria > il panico

Il panico: un disturbo antico e moderno

a cura della dott.ssa Francesca Bortolotti
 
Fin dai tempi dell’antica Grecia è stato descritto un disturbo che provocava paure irragionevoli in soggetti sani di mente. 
La parola panico deriva dal nome di Pan, una divinità della mitologia greca, che induceva un improvviso ed intenso stato di terrore nei viandanti (vedi figura). 
Il disturbo di panico (DP) rientra fra i disturbi psichici più frequenti, con una prevalenza nel corso della vita di circa il 2%; negli ambienti medici generali, le percentuali di prevalenza variano dal 10 al 30%, e circa il 10% dei pazienti inviati per un consulto psichiatrico ne sono affetti.
La sua incidenza nella popolazione femminile è circa il doppio rispetto a quella maschile.
Può comparire ad ogni età, ma più spesso esordisce nella tarda adolescenza o nella prima età adulta. Il decorso è solitamente cronico con un’alternanza di periodi di crisi e di remissioni che talvolta durano anni. Alcuni soggetti possono manifestare un andamento clinico continuativo.
I soggetti affetti da DP sono spesso incompresi da familiari, amici e colleghi di lavoro, che minimizzando la gravità della sintomatologia riferita, possono contribuire a ritardare un tempestivo invio allo specialista per le cure necessarie. Un trattamento inadeguato, o mancato, comporta un maggior rischio di cronicizzazione della patologia; tale esito può risultare molto invalidante per il soggetto, inducendo una notevole compromissione del funzionamento sociale e lavorativo.
Il DP si caratterizza per la presenza di ricorrenti attacchi di panico.
Per attacco di panico si intende un episodio improvviso di terrore inaspettato accompagnato da sintomi fisici: è la forma più acuta, più intensa, più circoscritta temporalmente, di ansia; assume la caratteristica della crisi, cioè insorge rapidamente ed improvvisamente; si associa alla sensazione di pericolo incombente o alla convinzione che siano imminenti la perdita di controllo, la morte o la pazzia.
Durante l’attacco si possono presentare i seguenti sintomi:
1) palpitazioni, cardiopalmo o tachicardia;
2) sudorazione; 
3) tremori;
4) respiro affannoso o sensazione di soffocamento;
5) sensazione di asfissia; 
6) senso di costrizione o dolore al petto;
7) nausea o disturbi addominali;
8) sensazioni di sbandamento, di instabilità, di testa leggera o di svenimento;
9) impressione di essere distaccati da se stessi, o che le cose intorno non siano reali;
10) paura di perdere il controllo, o di impazzire;
11) paura di morire; 
12) formicolii alle mani o ai piedi;
13) brividi o vampate di calore.

Perché un episodio sia diagnosticabile come attacco di panico devono essere presenti almeno 4 dei 13 sintomi elencati. 
Un attacco di panico dura di solito da 5 a 30 minuti e la maggiore gravità dei sintomi si ha dopo circa 10 minuti. 
Può manifestarsi anche durante il sonno e svegliare il soggetto.
I primi episodi di panico sperimentati da un soggetto si imprimono in modo indelebile nella sua mente, in quanto si tratta di un’esperienza inattesa, molto spiacevole, spesso accompagnata dalla paura di svenire, di perdere il controllo, di morire o di impazzire; in genere la persona cerca di allontanarsi dal contesto in cui si è verificato l’episodio, sperando, in questo modo, che il panico cessi.
Spesso le crisi d’ansia in soggetti predisposti sono secondarie ad avvenimenti stressanti, in particolare, esperienze di perdita o di minaccia, tuttavia non si verificano durante il periodo di stress, ma quando esso è stato superato, ovvero quando si allenta la tensione emotiva.

Il disturbo di panico

La confusione tra attacchi di panico e disturbo di panico è piuttosto comune. Molti disturbi psichiatrici (fobia sociale, fobia specifica, disturbo ossessivo-compulsivo, disturbo post-traumatico da stress, disturbo d’ansia da separazione, disturbo d’ansia generalizzata, disturbi di personalità) possono associarsi a manifestazioni ansiose molto intense e acute; ma queste si presentano sempre in risposta a situazioni o stimoli specifici (ad es. la vista di un oggetto fobico, nel caso della fobia specifica; l’esposizione ad un pubblico, nel caso della fobia sociale; l’impossibilità a compiere una compulsione; nel caso del DOC; ecc.); nel caso di disturbo di panico, invece, gli attacchi sono del tutto inaspettati, anche se in alcuni soggetti possono essere scatenati da alcune situazioni specifiche, come il guidare, il viaggiare, il fare acquisti in un negozio affollato. Inoltre nel DP, gli episodi sono ricorrenti, e per un mese (o più) il soggetto trascorre buona parte del suo tempo in preda alla paura di successivi attacchi, è preoccupato dell’implicazioni dell’attacco o dalle sue conseguenze (per es., perdere il controllo, avere una attacco cardiaco, impazzire, ecc.) e il suo comportamento è alterato a causa degli attacchi.
Crisi di panico si possono manifestare anche in seguito agli effetti di sostanze stimolanti del sistema nervoso centrale (cocaina, amfetamina, caffeina) o a condizioni mediche, come l’ipoglicemia, l’ipertiroidismo, feocromocitoma, disfunzioni vestibolari, ecc. 
Fortunatamente non tutte le persone che sperimentano attacchi di panico, svilupperanno un vero e proprio disturbo di panico; spesso gli episodi di panico restano isolati oppure si ripresentano di rado.
Spesso chi è colpito da questo disturbo comincia ad evitare determinate situazioni o luoghi per paura di avere un attacco. Maggiori sono gli evitamenti e maggiori saranno gli sforzi, ed il tempo necessario, per superare il disturbo.
Le situazioni più frequentemente evitate sono spazi chiusi (ascensori, autobus, treni, ecc), spazi aperti (come per esempio le piazze) e posti lontani da casa. Si parla in questo caso di agorafobia, intendendo con questo termine, che etimologicamente significa “paura della piazza”, l’ansia relativa al trovarsi in luoghi o situazioni dai quali sarebbe difficile allontanarsi in tempi brevi, o nei quali potrebbe non essere disponibile aiuto nel caso di un attacco di panico; per questo motivo spesso viene richiesta la presenza di un accompagnatore. I timori agorafobici riguardano, appunto, l’essere fuori di casa da soli, in mezzo alla folla, il viaggiare in treno, in autobus o in automobile, il dover aspettare in coda. La percezione della perdita di controllo, o la sensazione di essere “intrappolati”, sono temi di pensiero frequenti in tali situazioni. 
Il perdurare della sintomatologia nel tempo può generare demoralizzazione e, in alcuni casi, depressione secondaria. I soggetti gravemente agorafobici possono condurre una vita molto ritirata, costretti a rimanere in casa perché timorosi di affrontare la guida, di effettuare un viaggio, o semplicemente di recarsi al lavoro; ne risulta un’esistenza limitata negli scambi sociali, comportando un senso di inadeguatezza pervasivo in più ambiti. Una paziente riferiva di sentirsi sminuita dal disturbo, in quanto non poteva più accompagnare la figlia a scuola per paura di avere un attacco, così come non riusciva a fare la spesa al supermercato da sola. Un altro paziente professore universitario non era in grado di recarsi all’estero per paura di viaggiare in aereo.

Le cause del disturbo di panico

Una teoria sulle basi biologiche del disturbo di panico ipotizza che vi sia un’alterata regolazione dei neurotrasmettitori cerebrali (noradrenalina e acido gamma-aminobutirrico) e che la sede anatomica fondamentale di tale disregolazione sia il locus coeruleus, modulatore principale nel Sistema Nervoso Centrale della vigilanza, dell’attenzione, della paura e dell’ansia. Un’altra teoria propone che gli attacchi di panico siano il risultato di anomalie della funzione respiratoria; infatti, i pazienti suscettibili a crisi di panico sono soggetti ad iperventilazione cronica.
Secondo il modello cognitivo di Clark, noto come il ”modello del circolo vizioso” del panico, una determinata sequenza di eventi, in una successione circolare, conduce agli attacchi di panico. Gli attacchi di panico sono il risultato di “catastrofiche interpretazioni” di eventi fisici (ad esempio un capogiro) e mentali (ad esempio difficoltà di concentrazione), erroneamente considerati segni di un imminente disastro, quale avere un infarto o un ictus, svenire, impazzire, ecc. La percezione di tale minaccia genera lo stato d’ansia con i relativi sintomi associati (tachicardia, respiro affannato, sudorazione, tremore, ecc.), sintomi che, a loro volta, sono interpretati erroneamente, non come conseguenti all’ansia, bensì come indicatori di malattia grave o di morte imminente, ciò produce un ulteriore aumento del livello d’ansia intrappolando l’individuo in un circolo vizioso, culminante nell’attacco di panico.

Il trattamento

Attualmente il trattamento del disturbo di panico può essere farmacologico o psicoterapeutico. I due approcci possono essere associati. La scelta del tipo di trattamento dipende dalle caratteristiche del quadro clinico del soggetto, ma anche dalle sue personali preferenze.

Trattamento farmacologico

I farmaci utilizzati appartengono alla categoria degli antidepressivi serotoninergici, il cui effetto terapeutico inizia a manifestarsi dopo un periodo di trattamento che può variare da 3 a 8 settimane; per consentire una riduzione rapida della sintomatologia ansiosa fino dalla prima settimana di assunzione, si ricorre all’associazione con benzodiazepine, farmaci che alleviano rapidamente l’ansia e gli attacchi di panico, ma che, se vengono assunti a lungo, possono indurre dipendenza fisica e psicologica. 
In genere le terapie farmacologiche danno una buona risposta terapeutica con una significativa riduzione della sintomatologia almeno nel 50% dei casi. Purtroppo, però, la possibilità di ricaduta alla sospensione della terapia farmacologica appare molto elevata, anche in pazienti che hanno avuto una completa risoluzione dei sintomi. Inoltre gli effetti collaterali possono essere mal tollerati, hanno scarsa efficacia nell’eliminare gli evitamenti quando sono stabilizzati e fanno parte dello stile di vita del paziente.

Trattamento psicoterapeutico

Al momento il trattamento maggiormente sottoposto a verifiche sperimentali è la psicoterapia cognitivo-comportamentale (TCC).
Dai dati disponibili emerge che la TCC è risultata altrettanto efficace del trattamento farmacologico nel ridurre la sintomatologia ansiosa e il rischio di ricadute. 
L’approccio è orientato sul sintomo, ponendosi l’obiettivo primario di ridurre la sintomatologia ansiosa e l’evitamento.
Le componenti di un trattamento TCC standard sono:
- intervento psicoeducazionale;
- monitoraggio del panico;
- applicazione di tecniche di gestione della sintomatologia ansiosa;
- ristrutturazione cognitiva dei pensieri disfunzionali e catastrofici legati al DP;
- esposizione graduale agli stimoli ansiogeni.
Lo scopo fondamentale della TCC consiste nella riduzione delle credenze relative alle interpretazioni erronee, nella soppressione dell’evitamento agorafobico tramite esposizione graduale a stimoli specifici e nell’insegnamento di tecniche di respirazione e di rilassamento. La TCC viene attuata classicamente in un setting individuale. Negli ultimi tempi, però, si sono sviluppate diverse esperienze di terapie di gruppo ad impostazione cognitivo-comportamentale.

Terapia cognitivo-comportamentale di gruppo

Le ricerche hanno dimostrato che i risultati ottenuti con un trattamento individuale di TCC sono efficaci quanto quelli ottenuti con una TCC di gruppo. 
Inoltre il gruppo permette ai pazienti di confrontarsi con altre persone con lo stesso problema, trovandovi conforto ed incoraggiamento. Il nostro intervento si articola in dieci sedute di gruppo, con un numero massimo di dieci partecipanti. Ogni seduta dura due ore.
Ogni seduta si svolge in due fasi. 
La prima è dedicata al trattamento cognitivo-comportamentale e prevede:
1) intervento psicoeducativo per l’ansia e spiegazione del modello cognitivo del panico, secondo Clark;
2) monitoraggio degli AP secondo il modello dell’ABC di Ellis;
3) ristrutturazione cognitiva;
4) esercizi di sensibilizzazione sistematica graduale;
5) autogestione da parte del gruppo di situazioni ansiogene immaginate in seduta.
La seconda parte prevede l’applicazione di tecniche di rilassamento muscolare e di respirazione con l’ausilio di sottofondo musicale.
Questa psicoterapia ha prodotto risultati incoraggianti, risultando efficace nel ridurre intensità, durata e frequenza degli attacchi di panico anche in soggetti non trattati farmacologicamente. I risultati migliori si sono osservati in soggetti con insorgenza del DP recente. Tali risultati si sono mantenuti dopo due anni dalla conclusione del trattamento.


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