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home > psichiatria > Neurobiologia del trauma

a cura del Dr. Vincenzo Manna

Neurobiologia del trauma

Vincenzo Manna
Neurologo, Psichiatra, Psicoterapeuta,
Docente di Neurologia e Neuropsicologia nel Corso di Laurea in Logopedia della Università degli Studi “La Sapienza” Sede di Ariccia - Roma

Summary

Traumatic events can have a profound impact on emotional, behavioural, cognitive, social and physical functioning of humans. In this paper the impact of traumatic experiences on the structures and functions of the brain is discussed in the context of basic principles of neurosciences. Various adaptive mental and physical responses to trauma are possible, including persistent physiological hyper-arousal (hyper-vigilance / chronic alert) and dissociation. The developmental experiences can determine the organization and the functional status of the mature brain. The more children are in a state of hyper-arousal or dissociation, the more likely they can present psychiatric symptoms following trauma, because the developing brain organizes and internalizes new informations in a functional fashion for their future use. From this point of view the acute adaptive mental “state” can become persistent and maladaptive mental “trait”. In this review, the clinical implications of a neuro-scientific approach to childhood trauma are discussed. Often actions, words and expressions of children are interpreted by adults through the distorting filter of their own beliefs. The common adult misinterpretations have relatively poor effects in the lives of most infants and children. In other cases, on the contrary, these misinterpretations can be destructive. The most dramatic negative effect occurs when the impact of traumatic events on infants and young children is minimized by adults. It seems to be a paradox that adults generally presume the most resilience to the effects of trauma during infancy and childhood, at the time when the human brain is most vulnerable. This dramatic misperception has permeated not only the general but also the psychiatric culture. In the last decades, many efforts were spent studying and treating adult trauma victims, primarily male combat veterans, this despite the fact that many more females are traumatized by sexual violence. The research and treatment focusing on childhood trauma, in comparison, have been received less attention and few resources. This paper presents various aspects of the impact of traumatic experiences on infants and young children, focusing the attention specifically on the relationships between neuro-plasticity and traumatic experience.

Riassunto

Gli eventi traumatici possono avere un profondo impatto sul funzionamento emotivo, comportamentale, cognitivo, sociale e fisico degli umani. In questo lavoro, l'impatto delle esperienze traumatiche, sullo sviluppo e le funzioni del cervello, è interpretato nel contesto dei principi di base delle neuroscienze. Risposte adattive al trauma, diverse e varie, sono possibili, sul piano fisico e sul piano mentale, che includono “hyper-arousal” fisiologico persistente (iper-vigilanza / allarme cronico) e dissociazione.

Le esperienze maturate, durante lo sviluppo, possono determinare l’organizzazione e lo stato funzionale del cervello nell’età adulta. Maggiore e più prolungato è lo stato di dissociazione o d’allarme cronico, indotto nel bambino dal trauma, più è probabile che possa presentare sintomi neuropsichiatrici conseguenti al trauma, poiché il cervello in via di sviluppo organizza ed internalizza le nuove informazioni in modo funzionale al loro successivo utilizzo. In quest’ottica, lo “stato” adattivo acuto può diventare un “tratto” maladattivo persistente. In questa review saranno discusse le implicazioni cliniche dell’approccio neuroscientifico al trauma infantile. Spesso gli adulti interpretano le azioni, le parole e le espressioni dei bambini attraverso il filtro distorcente delle proprie convinzioni. Nella vita della maggior parte dei lattanti e dei bambini, queste frequenti e comuni distorsioni percettive degli adulti sono relativamente prive di effetti. In altri casi, al contrario, queste interpretazioni errate possono essere molto dannose. L'effetto negativo più drammatico di questa distorsione interpretativa si verifica quando viene minimizzato, dagli adulti, l'impatto di eventi traumatici su lattanti e bambini. Sembra essere un paradosso il fatto che in generale gli adulti presumono esserci la maggiore resistenza agli effetti del trauma durante l’infanzia, quando il cervello umano è più vulnerabile. Questa drammatica ed erronea percezione ha permeato la cultura generale ma anche quella psichiatrica. Negli ultimi decenni, molti sforzi sono stati fatti nello studio e nel trattamento degli adulti, vittime di traumi, principalmente veterani di sesso maschile combattenti, nonostante il fatto nella nostra società siano molto più numerose le donne traumatizzate dalla violenza sessuale. In confronto, la ricerca ed il trattamento orientati al trauma infantile ha ricevuto minore attenzione e poche risorse. Questo articolo presenta vari aspetti dell’impatto delle esperienze traumatiche sui bambini focalizzando l’attenzione specificamente sulle relazioni tra neuroplasticità ed esperienza traumatica.

Introduzione

Il cervello umano è il prodotto di milioni d’anni d’evoluzione. Gran parte della sua anatomia e fisiologia è l'eredità che ci proviene da antenati, che abbiamo in comune con altri animali, incluse le forme di vita più arcaiche, da cui si sono evoluti i mammiferi. (Manna, 2008) Un’eredità molto significativa di questo patrimonio evolutivo, altamente sviluppato, è la capacità di vivere la paura. Anche se all’alba del terzo millennio è probabilmente l'uomo il più pericoloso predatore dei suoi simili sul pianeta, la stragrande maggioranza del nostro tempo sulla terra è stato speso come specie ideale per un pasto, di medie dimensioni, dei veri predatori: leoni, leopardi, tigri, coccodrilli et cetera. La nostra sopravvivenza è derivata dalla capacità di reagire istantaneamente alla minaccia d’attacco da parte degli animali predatori, ma anche d’altri pericoli mortali d’ogni tipo. Quando un leopardo lancia il suo assalto o un serpente sferra il suo attacco venefico, la vita o la morte può essere decisa in qualche millisecondo. Il successo nell’adattamento ha richiesto l'evoluzione di un sistema neurovegetativo e neuro-endocrino in grado di modificare, in senso adattivo, il funzionamento del corpo istantaneamente, approntando, per la salvezza, una strategia di fuga o di lotta, oppure inducendo una specie di paralisi. La cascata di sostanze neurochimiche, indotta dallo stress acuto, ha sul corpo un effetto dirompente ed immediato, una sorta d’esplosione interna. In una frazione di secondo, la frequenza cardiaca, la pressione arteriosa, la frequenza e profondità della respirazione, la distribuzione del sangue e la dilatazione pupillare sono modificati profondamente. In più, questa risposta di "lotta o fuga" è attivata senza alcun intervento cosciente. La consapevolezza ed il pensiero, anche se soggettivamente veloci, sono effettivamente troppo lenti per battere il serpente, il coccodrillo o il leopardo, che preda nel giro di pochi millisecondi. L’evoluzione ha selezionato un sistema di risposta che non necessita della corteccia, struttura preposta all’integrazione complessa delle diverse funzioni cerebrali. Il sistema di risposta rapida d’allarme, infatti, coinvolge direttamente l’amigdala e le sue circuitazioni sottocorticali, per così dire, il "centro della paura". Quindi, quando veniamo aggrediti, lo stimolo allarmante induce una risposta di lotta o di fuga, nella nostra amigdala, ancor prima che noi abbiamo consapevolezza dello stimolo stesso. Una pistola puntata contro di noi, in modo aggressivo, scatena una risposta non consapevole, ancor prima che si possa dire a noi stessi: “toh, una pistola!”. Non solo possiamo reagire senza l'intervento della nostra corteccia cerebrale, ma si possono anche memorizzare grandi quantità d’informazioni, senza un coinvolgimento corticale. Probabilmente questa capacità di processare informazioni in modo rapido e di confrontarle con dati analoghi, già memorizzati, è stata cruciale per la sopravvivenza della nostra specie. L’erroneo o mancato riconoscimento del pericolo può, infatti, determinare la vita o la morte. Ciò senza alcun coinvolgimento della corteccia cerebrale e, quindi, senza una vera consapevolezza. Quando una gazzella nella savana si china a bere acqua, in una pozza, ha ogni senso nel massimo allarme, per prevenire le probabili situazioni di pericolo. Uno stimolo improvviso, un qualsiasi rumore sospetto o una qualunque ombra o macchia di colore nell’erba vicina, può indurre un improvviso balzo in avanti. La reazione di allerta può proseguire istantaneamente con una fuga disperata verso la salvezza lontana. Quando la sete induce al ritorno verso la pozza d’acqua, gli stimoli che hanno preceduto l'attacco, vero o presunto, sono stati impressi nella memoria - non a livello corticale - ma ad un livello di elaborazione delle informazioni più semplice, sottocorticale e non consapevole. Alla seconda visita alla pozza d’acqua, se una folata di vento sposta repentinamente l'erba e provoca un suono simile a quello del balzo del leone, il povero animale si ritrova in fuga, probabilmente vivendo la stessa esperienza soggettiva di terrore vissuta in precedenza. Magari, a quel punto, la gazzella potrebbe dire a se stessa, corticalmente, prendendo consapevolezza dell’accaduto, "…è stato solo il vento", ma, sarà a 50 metri di distanza, quando lo fa. Essendo creature con un più complesso cervello, gli esseri umani hanno, in realtà, più modalità per vivere, reagire ed esprimere l'esperienza della paura. La "via bassa" della paura, che passa per l’amigdala, è quella che permette la reazione più veloce. Comunque, si può anche percepire qualcosa nell’ambiente, allarmante, ma che non è immediatamente riconoscibile come un minaccia diretta. In tal caso, ci affidiamo alla "via alta" della paura, il percorso che elabora le informazioni nelle regioni corticali del cervello. Lì è possibile una più approfondita analisi dello stimolo e possiamo fare una più deliberata determinazione sulla natura dell’eventuale minaccia. La capacità umana di esperire la paura e di reagire ad essa, così fondamentale per la nostra capacità di sopravvivenza, come specie, è anche la pietra angolare della nostra capacità di restare traumatizzati dopo eventi intensamente stressanti. Un essere umano non traumatizzato è in grado di utilizzare, nell’elaborazione della risposta comportamentale alla paura, sia la via neurologica "bassa", sottocorticale, non consapevole e rapida, sia la via neurologica "alta" corticale, consapevole, ma lenta. Un’auto in movimento, che appare improvvisamente in un angolo dell’occhio, può attivare la via “bassa” di risposta comportamentale al pericolo, cioè la via sottocorticale breve di elaborazione delle informazioni, che permette di arrestarci in tempi brevissimi evitando l’impatto. La vista di un leone al giardino zoologico permette l’attivazione della via “alta” d’elaborazione corticale della risposta comportamentale, per cui anche se i suoi canini potrebbero strapparci a brandelli, ciò è sicuramente al di là della sua portata. Il suono di un forte “bang” può attivare entrambe le strade d’elaborazione cerebrale delle informazioni d’allarme, quella “bassa” e quella “alta”, dandoci un improvviso trasalimento, uno spavento che si attenua nei suoi effetti solo quando identifichiamo il suono come proveniente, per esempio, da una innocua marmitta difettosa. Un essere umano traumatizzato, tuttavia, presenta una flessibilità molto minore nella percezione del pericolo e nella risposta alla paura, con un’attivazione del sistema neuro-vegetativo e neuro-endocrino che può essere più immediato, più intenso e più duraturo. (Ledoux, 1996) Nei soggetti che hanno subito un trauma psichico predomina la strada “bassa” di percezione, elaborazione emotiva e risposta neurovegetativa, neuroendocrina e comportamentale alla paura. (Manna, 2004 a) Le persone che hanno subito una violenza, proprio come la gazzella assalita, portano in sé una rete neuronale sempre pronta ad innescare una risposta d’allarme, alla percezione di qualsiasi stimolo, che ricordi, per esempio, particolari memorizzati durante lo stupro subito. Potrebbe essere il suono della voce di un uomo, la sensazione di mani su un particolare parte del corpo o l'aspetto della rabbia negli occhi di un altro. Le possibilità sono letteralmente infinite. Al suono, al tatto o alla vista di qualcuno di questi elementi, la vittima di stupro può rivivere le stesse esperienze emotive correlate alla stessa attivazione neurovegetativa e neurormonale che è avvenuta durante l'effettivo stupro. Il cuore inizia a battere forsennatamente (tachicardia), la pressione sanguigna si alza (ipertensione arteriosa in crisi), la respirazione accelera (tachipnea). Le vittime di un pregresso trauma psichico possono trovarsi in fuga nel terrore, perché in un supermercato qualcuno inaspettatamente ha toccato loro un braccio. Possono trovarsi bloccate in preda al terrore, perché un uomo ha espresso ostilità in un parcheggio. Le loro reazioni emozionali e comportamentali non sono ovviamente scelte consapevoli, non sono un "isterico" eccesso di reazione, non più di quanto lo è la fuga per la gazzella al suono di un colpo sull’erba. Entrambe le reazioni sono disciplinate non dalla corteccia, non dal pensiero cosciente, ma piuttosto dalla "via bassa" amigdaloidea d’elaborazione rapida della risposta emozionale alla paura.
Il ricordo di un’esperienza traumatica, la memoria traumatica, non è codificato nello stesso modo in cui ciò avviene per una normale esperienza. I potenti fattori neurochimici che scatenano i comportamenti di lotta o di fuga hanno effetti di vasta portata, compresi drammatici effetti sul modo in cui i ricordi vengono codificati, immagazzinati e rievocati. Spesso, una persona traumatizzata non riesce più a generare il tipo di memoria narrativa, che tutti noi siamo in grado di esprimere per una importante esperienza. I ricordi, di chi ha subito un trauma psichico, sono spesso frammentari, non in sequenza cronologica, pieni di lacune. Si possono ricordare dettagli molto specifici, avere un’eccezionale memoria per alcuni particolari dell’esperienza e ricordare poco o nulla per molte altre importanti informazioni. E’ per questa ragione - la neurobiologia della memoria traumatica - che gran cura deve essere presa nell’intervistare i superstiti dei traumi. Il fatto che una persona traumatizzata ricordi un dettaglio che in precedenza non ricordava non significa, necessariamente, che sta fabbricando artatamente elementi di prova. Questa non linearità è tipica del modo in cui questi vissuti traumatici sono memorizzati e richiamati. Il fatto che essi possono ricordare la trama della camicia dello stupratore, ma non ricordino se indossava un cappello, non è la prova che qualcosa viene volutamente omesso, è la conseguenza di come il cervello codifica le informazioni nel corso di un trauma. Anche queste caratteristiche traumatiche della memoria non sono la conseguenza di una scelta consapevole o di una consapevole resistenza alla rievocazione del vissuto. Piuttosto, esse sono la conseguenza dell’ambiente cerebrale, radicalmente modificato nella sua neurochimica, in cui i ricordi sono stati depositati. Per riassumere, la vittima di uno stupro o di una grave violenza resta con un sistema nervoso centrale permanentemente alterato. Come parte della sua eredità, il trauma lascia le sue vittime con la paura incisa indelebilmente nelle reti neuronali dell’amigdala, reti che possono essere attivate da una moltitudine di stimoli che normalmente non evocano paura, in un soggetto non precedentemente esposto a quella specifica esperienza traumatica. Il trauma lascia anche le sue vittime con ricordi frammentari e discontinui di ciò che è loro accaduto. Come conseguenza di questi effetti, le vittime del trauma si trovano ad affrontare grandi difficoltà nell’eventuale processo penale. Partecipare a questo processo - raccontare infinite volte il proprio trauma, comparire davanti al giudice nella stessa stanza dove siede lo stupratore - equivale a riportare la gazzella davanti alla pozza d’acqua dove è stata assalita dal predatore, restando consapevolmente accanto alla fonte di terrore. In entrambi i casi, un confronto con l'eredità biologica del trauma è inevitabile. La gazzella potrebbe fare una cosa del genere solo se fortemente costretta, la scelta della vittima di uno stupro deve necessariamente essere consapevole, deliberata e motivata. (Yehuda & Mc Farlane, 1997).

L’incidenza dei traumi psichici in età pediatrica

Milioni di bambini in tutto il mondo sono esposti a esperienze traumatiche. Queste possono essere pervasive e croniche (ad esempio maltrattamenti fisici, incesti, guerre), o limitate nel tempo (ad esempio catastrofi naturali, incidenti, aggressioni o stupri). La stima del numero di bambini negli Stati Uniti esposti ad un evento traumatico in un anno è superiore a 4 milioni (Perry, 1994a). Tutte queste esperienze – di abusi fisici o sessuali, spesso avvenuti nel contesto domestico o microsociale, oppure di sopravvivenza a un grave trauma acuto, come un incidente d’auto - hanno un impatto sullo sviluppo dei bambini (Taylor et al, 1992; Pynoos et al, 1987; Osofsky, 1995). Secondo la gravità, la frequenza, la natura ed il tipo d’evento traumatico, almeno la metà di tutti i bambini esposti possono sviluppare significative sintomatologie neuropsichiatriche (Schwarz e Perry, 1994). I bambini, esposti ad una violenza improvvisa, episodica, inaspettata, da parte d’uomini, sembrano presentare più gravi problemi emotivi, comportamentali, cognitivi e sociali di quelli che crescono in un clima di violenza domestica o di violenza di comunità (Manna, 2004 b). Uno dei più studiati disordini neuro-psichiatrici che si sviluppa dopo un trauma è il disturbo post-traumatico da stress (DPTS) (Camerino et al, 2008). La maggior parte degli studi su questa condizione clinica è stata fatta, da epoca storica, su veterani adulti (Da Costa, 1871; Krystal et al 1989). Il DPTS è stato ampiamente osservato nell'infanzia in diverse popolazioni di bambini traumatizzati o maltrattati (McFarlane, 1987). I bambini esposti a trauma possono avere una serie di sintomi di DPTS come ansia, fobia, depressione e disturbi del comportamento (Schwarz e Perry, 1994). Vanno inclusi in questa popolazione i bambini che sono stati rapiti (Terr, 1983); sono stati testimoni di atti di violenza criminale (Schwarz e Kowalski, 1991); sono stati maltrattati (Finkelhor e Browne, 1986; Kiser et al, 1991) o che sono sopravvissuti ad altri gravi traumi (Kaufman, 1991). Le esperienze traumatiche durante l'infanzia aumentano il rischio di sviluppare una serie di sintomi neurologici e psichiatrici sia in età adolescenziale sia in età adulta (Davidson e Smith, 1990; Famularo et al, 1991; Ogata et al, 1990; Teicher et al, 1993). Il trauma è un’esperienza di vita. Come può quest’esperienza trasformare il mondo di un bambino in un incubo di terrore o in un confuso miasma al punto di alterarne in modo rilevante tutta la vita? In ultima analisi, è sempre il cervello umano che processa ed internalizza tutte le esperienze traumatiche (e terapeutiche). E' il cervello che media tutte le funzioni fisiologiche, emotive, cognitive, comportamentali e sociali. E' a partire dal cervello umano che nasce la mente ed è in esso che, probabilmente, risiede, in essenza, la nostra umanità. Comprendere l'organizzazione, il funzionamento e lo sviluppo del cervello umano e le risposte alla minaccia mediate dal cervello sono le chiavi per comprendere il bambino e l’adulto traumatizzato (Manna, 2008).

Il Sistema Nervoso Centrale umano

Il cervello umano è un organo incredibilmente complesso formato da oltre 100 miliardi di neuroni e da oltre 1000 miliardi di cellule gliali, tutti organizzati in sistemi progettati per sentire, percepire, elaborare, archiviare, le informazioni provenienti dal mondo esterno (con stimoli visivi, tattili, olfattivi, uditivi) e dall’interno (ad esempio segnali ormonali, associati a sete, fame et cetera). Tutti questi complessi sistemi e la loro attività d’insieme hanno un solo obiettivo generale: la sopravvivenza (Goldstein, 1995). Le principali unità di lavoro del cervello sono i neuroni. I neuroni sono interconnessi in reti, in sistemi ed in strutture anatomo-funzionali che svolgono in stretta integrazione reciproca una serie di funzioni specifiche (ad esempio, la visione). Sistemi diversi nel cervello mediano funzioni diverse. Le reti neurali della corteccia frontale sono coinvolte nel pensiero astratto. Alcune strutture del tronco encefalico controllano la frequenza cardiaca, il ritmo respiratorio, la pressione sanguigna e lo stato di vigilanza. Le circuitazioni limbiche sono coinvolte nelle funzioni mnesiche ed emotive. Le diverse aree corticali sono deputate alle funzioni superiori, quali: gnosie, prassie, linguaggio complesso e pensiero astratto. Ciascuno di questi sistemi varia rispetto agli altri per quanto riguarda la funzione, il principale neuro-trasmettitore espresso nelle specifiche reti neurali coinvolte, la struttura sinaptica e la localizzazione regionale. Tutti questi sistemi neurali, tuttavia, funzionano in modo analogo a livello biochimico e molecolare. Presentano simili modalità di trasmissione sinaptica dei segnali e simili cambiamenti in risposta agli stimoli neuro-chimici. La caratteristica più rilevante e del tutto specifica dei neuroni è che essi sono sensibili, cambiano, cioè, il loro stato funzionale in risposta agli stimoli ambientali. Tali cambiamenti neuro-chimici permettono la memorizzazione di informazioni da parte dei neuroni e/o dei sistemi neurali. Infatti, è proprio questa capacità che permette al cervello di essere reattivo all'ambiente interno o esterno al fine di consentire la sopravvivenza dell'organismo (Manna, 2008). Quando minacciato, un uomo attiva specifiche risposte adattive fisiche e mentali. Una minaccia crescente altera lo stato mentale, lo stile di pensiero (cognizione) ed il tono neurovegetativo (ad esempio, frequenza cardiaca, tono muscolare, frequenza del respiro, etc.). Procedendo dalla calma all’allarme, dalla paura al terrore diverse aree del cervello, differenti strutture cerebrali prevalgono nel controllo delle diverse funzioni mentali e fisiche coinvolte. Più grave è la minaccia e lo stato mentale d’allarme che ne consegue, più “primitivo” e regressivo diventa il livello di processamento cognitivo delle informazioni e la capacità di modulare risposte adattive sul piano comportamentale. Quando un bambino è traumatizzato è in uno stato di allarme, più o meno duraturo. Tutta la sua attenzione è focalizzata sull’evento stressante. Ciò induce livelli più bassi del normale di concentrazione e di elaborazione cognitiva complessa. Il bambino traumatizzato è ansioso e mantiene più elevatala capacità di processamento delle informazioni “non verbali” come tono della voce, postura del corpo oppure espressioni mimiche,(rispetto ad informazioni più complesse verbali e semantIche. Ciò ha importanti implicazioni nella comprensione del modo in cui il bambino sta elaborando, imparando e reagendo ad una data situazione. Un bambino traumatizzato presenta, in condizioni di calma, un basso livello di paura, ma può rispondere a stimoli specifici, connessi al trauma, con intensi livelli d’allarme o con disturbi di tipo dissociativo, che riflettono il funzionamento emotivo, cognitivo e comportamentale dello stato mentale generato dal trauma stesso (Manna, 2004 b).

Cambiamenti neuronali correlati all'apprendimento, alla memoria ed alla sensibilizzazione

Tutte le esperienze sono filtrate dai nostri sensi. Tutti i segnali sensoriali (ad esempio: il suono, la vista, il gusto, il tatto, etc.) a loro volta avviano una cascata di processi cellulari e molecolari nel cervello che alterano la neuro-chimica e la citoarchitettura neuronale, quindi, in ultima analisi, la struttura e le funzioni del cervello. Questo processo di creazione di una rappresentazione interna del mondo esterno (ad esempio, informazione) dipende dal tipo, dall'intensità e dalla frequenza degli effetti neuronali prodotti dal rilevamento, dall’elaborazione e dall’archiviazione dei segnali. Più spesso avviene un certo tipo di attivazione neurale, più indelebile risulta la corrispondente rappresentazione interna (Manna, 2008). L'esperienza così crea un modello di rappresentazione del reale attraverso il quale tutti i nuovi input vengono filtrati. Più frequentemente è attivata una specifica rete neurale, maggiore sarà l’internalizzazione delle nuove informazioni, necessarie per promuovere la sopravvivenza (Cragg, 1975). I più comuni esempi di questo tipo di archiviazione delle informazioni, in rapporto al loro utilizzo, sono l'apprendimento e la memoria cognitiva.
Un fenomeno correlato è la sensibilizzazione (cfr. www.salus.it/ psichiatria/ bipolare e cocaina 3.ppt). Una risposta neurale sensibilizzata deriva da uno specifico pattern di attivazione neurale ripetitiva. La sensibilizzazione si verifica quando questo pattern di attivazione si traduce in una stabile ipersensibilità del sistema neurale sotteso. Una volta sensibilizzato, lo stesso sistema di processamento neurale dell’informazione può essere attivato da stimoli esterni di decrescente intensità (Kalivas e Kuffy, 1989; Kleven et al, 1990). In un senso molto reale, i bambini traumatizzati presentano una profonda sensibilizzazione dei circuiti di risposta neurale associati con le loro esperienze traumatiche. Il risultato è che i modelli di risposta (ad esempio, la dissociazione o l’allarme) possono essere provocati da stress apparentemente di bassa intensità.
La sensibilizzazione può conseguire all’attivazione dell’apparato neuro-sensoriale, per variazioni strutturali e funzionali correlate al rilascio di neuro-trasmettitori, nei sistemi neurali responsabili delle sensazioni, delle percezioni e delle emozioni correlate ad una specifica esperienza. Il trauma può produrre un tale risultato. L’attivazione intracellulare dei recettori o degli effettori neuro-trasmettitoriali altera, quindi, costituenti neuro-chimici, compresi i secondi messaggeri (ad esempio cAMP, fosfatidil-inositolo, etc.) ed i neuro-modulatori, con effetti di modificazione neuro-plastica della circuitazione neurale in questione. In altri termini, nel sistema nervoso sano, soprattutto in età evolutiva, la funzione modifica stabilmente la struttura. I cambiamenti possono includere i messaggeri intracellulari ma anche il nucleo neuronale, con modificazioni nell’espressione e trascrizione genica, quindi, con conseguenti effetti sull’espressione di proteine coinvolte sia nella struttura sia nella funzione neuronale. Ciò, a sua volta, può provocare sensibilizzazione di recettori o effettori neurotrasmettitoriali, correlati alle possibili future stimolazioni specifiche (Ledoux et al, 1989; Ledoux et al, 1990). L’internalizzazione di un’eccessiva risposta di paura a particolari stimoli (memoria di “stato”) può conseguire alla sensibilizzazione di circuiti neuronali specifici, anche in un cervello adulto, indotta ad esempio, da un disturbo post-traumatico da stress di guerra. Nel cervello, in via di sviluppo, questi “stati” mentali, soprattutto se traumatici e ripetuti, possono strutturare i sistemi neurali che sono alla base dei correlati “tratti”. Il cervello umano esiste nella sua forma matura solo come sottoprodotto del potenziale genetico e dell’ambiente, nella sua dinamica storica. La pressione ambientale non solo modifica la struttura e la funzione cerebrale, mediante fenomeni di neuro-plasticità, ma anche l’espressione genica neuronale. Le esperienze di vita, incluse quelle traumatiche, possono plasmare in senso neuroplastico, durante lo sviluppo, le capacità e le funzioni del futuro cervello umano adulto. In sostanza, le stesse caratteristiche plastiche del tessuto nervoso, alla base della maturazione funzionale del cervello, sono coinvolte nelle sue complesse capacità di ricostruzione mentale della realtà esterna ed interna (Goelet e Kandel, 1986; Kandel e Schwartz, 1982).

Esperienze di sviluppo e loro effetto sui sistemi neurali

Per giungere a complesse organizzazioni citoarchitettoniche, a partire da cellule indifferenziate, immature e non collegate in reti specifiche e funzionali, nel cervello in via di sviluppo, i sistemi neurali indifferenziati sono criticamente dipendenti da una serie di fattori macro e micro-ambientali (ad esempio: neurotrasmettitori, molecole di adesione cellulare, neurormoni, aminoacidi, ioni). L’assenza o la carenza di questi fattori critici può determinare effetti significativi sulla divisione neuronale, sulla migrazione, sulla differenziazione e sulla sinaptogenesi; tutti elementi che contribuiscono alla compromessa funzione di sistemi coinvolti (Cragg, 1975; Lauder, 1988; Perry et al, 1990b). Il cervello si sviluppa in modo sequenziale e gerarchico, vale a dire, dalle strutture meno complesse (tronco cerebrale) a quelle più complesse (circuito limbico, aree corticali). Queste diverse strutture si sviluppano ed organizzano pienamente sul piano funzionale, in tempi diversi, durante l'infanzia. Alla nascita, per esempio, le aree del tronco cerebrale che controllano le funzioni cardiovascolari e respiratorie devono essere intatte affinché il bambino possa sopravvivere. Una qualsiasi disfunzione risulta essere clinicamente rilevante, se non fatale. Al contrario, le aree corticali, correlate funzionalmente al pensiero astratto, necessitano di anni, prima di raggiungere lo sviluppo necessario alla loro completa maturazione, ammesso che avvenga mai. Questo significa che ci sono periodi critici per la strutturazione funzionale del sistema nervoso centrale e che ci sono periodi più sensibili all’effetto delle esperienze, con tutti gli effetti neurotrofici specifici indotti da queste esperienze. Gravi anomalie o carenze nello sviluppo cerebrale, talora irreversibili, possono conseguire agli effetti esercitati, in queste fasi critiche o sensibili. La mancanza d’esperienza sensoriale durante alcuni periodi critici o, più comunemente, anomali modelli d’attivazione neuronale, conseguenti a condizioni estreme d’esperienza (ad esempio, il maltrattamento dei bambini) possono indurre effetti strutturali irreversibili nell’organizzazione funzionale del sistema nervoso centrale. La semplice e inevitabile conseguenza di questo neurosviluppo sequenziale è che l'organizzazione funzionale del cervello di un bambino è più malleabile e sensibile alle esperienze, del cervello di un adulto. Mentre l'esperienza può modificare stabilmente in un adulto il comportamento, l'esperienza può letteralmente modificare, sul piano morfo
funzionale, la citoarchitettura cerebrale del neonato e del bambino. Poiché il cervello è più ricettivo aglI Input ambientali nella prima infanzia, il bambino è più vulnerabile in questo periodo Agli effetti neuroplastici dell’esperienza. La deprivazIone sensoriale o percettiva, l’insufficiente esposizione alle necessarie esperienze di crescita, durante le fasi critiche dello sviluppo, può essere più destruente dello stesso maltrattamento infantile. Un disturbato neurosviluppo delle aree cerebrali, che mediano l’empatia, può derivare dalla negligenza emotiva,che si è subita duraNte l'infanzia. Ironia della sorte, mentre viene raramente studiato negli esseri umani, l'impatto sullo sviluppo cerebrale di condizioni Estreme, come la deprivazione sensoriale, è oggetto di centinaia di Studi sugli animali. Questi studi includono interruzioni di stimoli visivi (Coleman e Riesen, 1968), ridotto arricchimento ambientale (Altman e Das, 1964; Livesey e Cummins, 1979), ridotto contatto sensoriale (Ebinger, 1974), e di altri fattori (Sapolsky et al, 1984; Sapolsky et al, 1990). Questi studi hanno dimostrato che durante una stretta finestra temporale (un periodo critico) una specifica esperienza sensoriale è necessaria per ottimizzare l'organizzazione e lo sviluppo delle strutture cerebrali, che mediano una funzione specifica. Anche se questi fenomeni sono stati esaminati, in modo molto dettagliato per le modalità sensoriali primarie, negli animali, effetti neuroevolutivi simili, indotti dall’attivazione ambientale, si verificano in tutte le parti del sistema nervoso centrale, e, sicuramente, anche nell’uomo (cfr. www.salus.it / psichiatria / neurogenesi ed attività motoria). Stimoli micro-ambientali anomali (per tipo, durata, qualità e quantità) durante i periodi critici e sensibili, quindi, possono compromettere l’organizzazione neurobiologica sottesa a funzioni complesse come tono dell’umore, empatia, attaccamento. Possono, cioè, incidere sulla regolazione degli affetti. Alcuni dei più chiari esempi clinici, di questo fenomeno, sono legati alla mancanza di esperienze di attaccamento, nei primi anni di vita. Il bambino che è stato trascurato emotivamente, nei primi anni di vita, può presentare profondi problemi correlati alla sfera dell’attaccamento, che sono estremamente refrattari ad ogni esperienza sostitutiva, tardiva, compresa la farmaco-terapia e la psicoterapia. Esempi di questo tipo includono i bambini “selvatici”, cresciuti in natura senza figure umane accudenti, i bambini negli orfanotrofi, osservati da Spitz e Wolf nel 1946 e, spesso, i bambini violenti senza rimorsi (Perry et al, 1995). Mentre le deprivazioni e la mancanza di specifiche esperienze sensoriali sono comuni nei bambini maltrattati, i bambini traumatizzati possono presentare effetti neuroplastici legati ad eccessiva e disfunzionale attivazione di specifici circuiti cerebrali. Il bambino traumatizzato durante lo sviluppo, può essere stato esposto ad un’iperstimolazione disfunzionale di sistemi neurali, in periodo critico o sensibile, piuttosto che ad una perdita di stimoli sensoriali.

Lo stato d’allarme e le sue espressioni

La minaccia attiva nell’uomo strutture cerebrali antiche sul piano filogenetico. Queste reazioni fisiologiche e mentali al pericolo sono state meglio caratterizzate nell'uomo adulto e nei modelli animali. La più semplice forma di risposta alla minaccia è la reazione di “lotta o fuga”, comune ad animali ed uomo, in risposta a stimoli stressanti eterogenei (Mason, 1971; Goldstein, 1995). Probabilmente è stata riservata a questo meccanismo di risposta allo stress, tipico del mammifero maschio adulto, eccessiva attenzione clinica. (Cannon, 1914, Selye, 1936). Esistono, naturalmente, altri modelli di risposta alla minaccia. Infatti, i neonati ed i bambini sono molto meno capaci di utilizzare il classico modello di “lotta o fuga”. A diversi stadi di sviluppo e di fronte a diversi stress, i modelli di risposta possono, infatti, variare. Due importanti modelli neuronali di risposta per i bambini traumatizzati, sono il cosiddetto “hyperarousal” (ipervigilanza-allarme) e la dissociazione (Manna, 2004 b).
Una reazione d’allarme si associa già alle fasi iniziali della minaccia. La reazione d'allarme è caratterizzata da un forte aumento del tono simpatico, con conseguente aumento della frequenza cardiaca, della pressione arteriosa, della frequenza di respirazione, con un aumento del tono muscolare, con ipervigilanza e riduzione dell’attenzione diretta a tutte le fonti di informazioni non critiche. Tutte questi effetti indotti dalla minaccia (percepita, intuita, immaginata o rievocata) hanno la finalità di preparare il corpo per la difesa al combattimento o alla fuga. Se la minaccia si materializza, una piena risposta di lotta o di fuga può essere attivata.
Questo complesso insieme di processi interattivi comprende l'attivazione del controllo centrale del sistema nervoso autonomo e del sistema immunitario (Giller et al, 1990), con l’attivazione dell'asse ipotalamo-ipofisi-surrenalico e rilascio dei corrispondenti ormoni (Sapolsky et al, 1984), e con l’attivazione di tutti gli altri sistemi di risposta del cervello allo stress (Krystal et al, 1989; Perry et al, 1990a). Il locus coeruleus (LC) è la struttura neuroanatomica più direttamente coinvolta nell’espressione della classica risposta alla minaccia, del tipo "lotta o fuga" (Svensson, 1987; Korf, 1976; Elam et al,1984; Altman e Das, 1964). Dal LC, che raggruppa neuroni noradrenergici, partono proiezioni assonali che raggiungono praticamente tutte le principali regioni del cervello, sottoposte a controllo noradrenergico (Moore e Bloom, 1979). Il nucleo ventro-tegmentale (VTN) svolge un ruolo anche nella regolazione dei nuclei del simpatico, posti a livello del ponte e del mielencefalo. La risposta in ipervigilanza sensibilizzata consiste in un’intensa attivazione del LC e VTN del soggetto esposto alla minaccia. Questo aumento della liberazione di noradrenalina regola la risposta complessiva del corpo alla minaccia. Le regioni cerebrali coinvolte nella risposta d’allarme, indotta dalla minaccia, giocano un ruolo critico nella regolazione della vigilanza, dell’attenzione, dell’eccitazione, dei comportamenti di locomozione e di risposta allo stress (Andrade e Aghajanian, 1984; Bhaskaran e Freed, 1988). A seguito della risposta acuta iniziale alla paura, questi sistemi cerebrali saranno riattivati, quando il bambino verrà esposto ad un qualsiasi richiamo, all’evento traumatico, già vissuto. Inoltre, queste parti del cervello possono essere riattivate quando il bambino sogna o semplicemente ripensa all'evento. Nel corso del tempo, queste specifiche memorie possono generalizzare. In altre parole, le strutture cerebrali di risposta allo stress possono essere riattivate ripetutamente, anche lontano, nel tempo e nello spazio, dalla minaccia iniziale. L’attivazione di queste aree cerebrali porta alla sensibilizzazione dei sistemi catecolaminergici (LC-VTN-amigdala) che induce una serie a cascata di cambiamenti in alcuni sistemi neurali e nelle corrispondenti funzioni (Vantini et al, 1984; Perry et al, 1983). Questa sensibilizzazione dei sistemi catecolaminergici troncali e mesencefalalici induce un’iperattività funzionale delle strutture connesse alle funzioni cognitive, emotive e comportamentali corrispondenti. Poiché le aree cerebrali coinvolte nella risposta acuta allo stress svolgono anche altre importanti funzioni, la sensibilizzazione di questi sistemi, con la riattualizzazione ripetuta dell’evento traumatico, porta alla inevitabile disregolazione di tali funzioni. Un bambino traumatizzato, nel corso del tempo, può mostrare iperattività motoria, ansia, impulsività comportamentale, problemi di insonnia, tachicardia, ipertensione e una varietà di anomalie neuroendocrine (Perry, 1994a; Perry e Pate, 1994b; De Bellis et al, 1994; De Bellis et al, 1994; Ito et al, 1993; Hoffman et al, 1989). Ciò significa anche, naturalmente, che questi componenti della risposta alla paura, a loro volta, possono diventare sensibilizzati. Gli stressors di tutti i giorni, che in precedenza possono non avere suscitato alcuna risposta ora possono indurre una esagerata reattività. Questi bambini diventano, così, iper-reattivi ed eccessivamente sensibili. Ciò è dovuto al fatto che, semplicemente, il bambino si trova in un persistente stato di timore. Questa condizione di persistenza dello “stato” di allarme e la neuroplasticità più spiccata delle circuitazioni neuronali in età pediatrica, facilita la strutturazione di uno specifico “tratto” (Manna et al, 2004 c). Inoltre, ciò significa che il bambino molto facilmente passerà dall’ansia alla paura e dalla paura al terrore. Nel lungo periodo, si può osservare in questi bambini un insieme di problemi maladattivi, emotivi, comportamentali e cognitivi che sono radicati nell’iniziale risposta adattiva all’evento traumatico. L’anomala persistenza dell’iniziale ipervigilanza-allarme, presente durante il trauma, può spiegare alcuni, ma non tutti i sintomi sviluppati dai bambini traumatizzati. Infatti, queste considerazioni, pur interessanti, possono essere insufficienti a spiegare la maggior parte dei problemi neuro-psichiatrici derivanti da traumi insorti nell’infanzia (Manna et al, 2005).
I dati clinici ed epidemiologici indicano che i ragazzi maltrattati ricevono cure ed attenzione dai servizi di salute mentale più delle ragazze. Probabilmente ciò avviene perché i maschi presentano più evidenti segni di “hyperarousal” con impulsività comportamentale ed iperattività motoria. Le ragazze maltrattate, invece, presentano più evidenti e più frequenti sintomi dissociativi. Perché si evidenza questa tendenziale divergenza di risposta tra i due sessi? La risposta va cercata nella comprensione degli altri modelli di risposta adattiva al trauma, diversi dal modello di “lotta o fuga”, modelli che sono esibiti dai bambini e dalle donne più frequentemente che dai maschi adulti. La risposta somato-psichica di “hyperarausal” è stata selezionata, in senso evoluzionistico, perché promuove la sopravvivenza. Chiaramente, un uomo adulto di fronte alla minaccia, può mobilitare una risposta completa, preparandosi a combattere o fuggire. Non è altrettanto completa ed adattiva questa risposta nel bambino e nella donna, né può essere la principale risposta adattiva alla minaccia di un neonato o di un bambino molto piccolo. Infatti, i piccoli comunemente utilizzano una serie di risposte che, nelle prime fasi della minaccia, richiamano l’attenzione dei genitori. Se la minaccia continua, passano attraverso un continuum dissociativo, inizialmente immobilizzandosi, per arrivare in casi estremi alla lipotimia. Queste risposte sono state selezionate nel corso dell’evoluzione della specie, in quanto adattive alla sopravvivenza, anche se sembrano indurre comportamenti di sconfitta con apparente cessazione della risposta d’allarme (Miczekn et al, 1990). Negli esseri umani, adulti, questo insieme di comportamenti si potrebbe definire una risposta di “resa”.

Risposte di immobilità e di resa

I bambini sono, per natura, non ben attrezzati per la lotta o la fuga. Nelle fasi iniziali di stress o di minaccia, un bambino tende a richiamare l’attenzione degli adulti su di sé, vocalizzando o piangendo, per ottenere protezione dal pericolo. Questa è una risposta adattiva di successo, se il custode combatte per il piccolo o fugge insieme al piccolo. Il pianto, quindi, è una risposta opportuna in età evolutiva, quando il bambino deve affrontare una minaccia, che non è in grado di evitare. Sfortunatamente, il pianto non sempre permette all’adulto di difendere un bambino traumatizzato. In effetti, per molti bambini maltrattati, piangere per allontanare un potenziale trauma è destinato a fallire, quando è il genitore stesso la fonte del trauma. In assenza di un’adeguata risposta alla sua iniziale richiesta sonora di protezione ed attenzione, il bambino, dopo molte delusioni dolorose, abbandona questo comportamento. Di fronte alla persistente minaccia, secondo l’età del bambino e della natura della minaccia, il bambino si sposta dal continuum di allarme-ipervigilanza al continuum dissociativo.

Comportamenti d’opposizione e “freezing”

Una prima reazione di fronte alla continua minaccia può essere quella caratterizzata dall’immobilità. Il vantaggio adattivo di questo è chiaro. L’immobilità permette una migliore ricerca di potenziali minacce, ma anche la loro localizzazione e osservazione. In aggiunta, la mancanza di movimento è una sorta di mimetizzazione, che riduce la probabilità di attirare l’attenzione del predatore. Di fronte ad una minaccia ingravescente, aumenta l'ansia e si riducono i processi cognitivi. Il “freezing” può rappresentare una risposta adattiva che permette di “organizzare” e di “rappresentarsi” una risposta adeguata. I bambini che sono stati traumatizzati e hanno sviluppato un meccanismo di ipervigilanza-allarme “sensibilizzato” o un meccanismo dissociativo “sensibilizzato”, spesso utilizzano questa modalità di risposta in “blocco”, quando si sentono ansiosi. I bambini che sono stati traumatizzati, spesso, sono etichettati come problematici, insolenti e con comportamento oppositivo. Il bambino si può sentire ansioso, in rapporto ad uno stimolo evocativo, a cui i suoi sistemi neurali sono sensibilizzati, in senso reattivo. Essi spesso non sono consapevoli degli effetti allarmanti di un determinato stimolo, ma, dopo esposizione, quello di cui fanno esperienza, profondamente, è ansia. A questo punto, possono sentirsi un po’ fuori controllo e tendono ad immobilizzarsi sul piano cognitivo e motorio. Quando gli adulti, che li circondano, chiedono loro di rispettare alcune direttive, essi tendono ad agire come se non le avessero udite o con un atteggiamento d’aperto rifiuto. Questo costringe gli adulti - un insegnante, un genitore, un assistente - a dare al bambino un’ulteriore serie di direttive. In genere, queste nuove direttive sono presentate con un più alto livello di minaccia. L'adulto dirà: "Se non fai così, poi ...". La comunicazione verbale e non verbale di questa “minaccia” fa sentire il bambino più ansioso, minacciato e fuori controllo. Quanto più il bambino si sente ansioso, più rapidamente passa dall’ansia all’allarme e dall’allarme al terrore. Se sufficientemente terrorizzato, il “blocco” del bambino può degenerare in completa dissociazione.

Dissociazione

La dissociazione è una delle modalità di risposta negli adulti al trauma. Essa consiste semplicemente nello svincolarsi dagli stimoli ambientali e richiudersi in un “mondo interno”. Il sogno ad occhi aperti, il fantasticare, la depersonalizzazione, la derealizzazione, gli stati di fuga sono tutti esempi di dissociazione (Putnam, 1991). Ci sono gradazioni di dissociazione, dal semplice fantasticare ad occhi aperti alla profonda perdita di coscienza, indotta dalla tortura. Esempi comuni di dissociazione di fronte alla minaccia sono stati descritti nell’ambito delle cosiddette “nevrosi di guerra”. Un soldato nel bel mezzo di un combattimento può impegnarsi completamente e solo dopo, a lotta terminata, può avvertire il suo cuore in palpitazione o scorgere la sua ferita sanguinante. I soldati spesso utilizzano un sistema quasi automatico, già impostato, di risposta comportamentale alla minaccia. Negli interminabili minuti di uno scontro a fuoco, il soldato può riferire che ha sentito rumori tutt’intorno a lui, ma che tutto sembrava distante e lontano. Spesso l’evento di combattimento, a cui ha partecipato attivamente, viene rievocato come se l’avesse vissuto su uno schermo video. E' questa capacità di dissociarsi, davanti a stimoli potenzialmente terrorizzanti, mettendo in atto comportamenti e strutturazioni cognitive già interiorizzate, che può mantenere in vita i combattenti. La capacità di dissociarsi in mezzo a situazioni di terrore, sembra essere una diversa risposta adattiva a disposizione, nel repertorio comportamentale, indotta dallo stress acuto estremo. Alcune persone si dissociano in una fase relativamente precoce della risposta d’allarme, mentre altre solo in fasi prossime al terrore. A causa della ridotta capacità cognitiva di un adulto nel corso di una risposta di “lotta o fuga”, la risposta dissociativa parziale, indotta dallo stress, sembra avere una sua giustificazione teleologica, permettendo, per esempio, al soldato di combattere senza panico.
I comportamenti esibiti in risposta ad un trauma acuto comprendono “numbing”, “compliance”, evitamento e coartazione affettiva, tutti aspetti coerenti con un modello di risposta primaria dissociativa.
I bambini traumatizzati utilizzano diverse tecniche dissociative. Alcuni bambini riferiscono di andare, durante i traumi, in un “luogo diverso”, oppure s’identificano in eroi o animali, oppure immaginano di “essere in un film” o, semplicemente “galleggiano” a distanza sull’evento traumatico, secondo classiche modalità di depersonalizzazione. Gli osservatori possono descrivere questi bambini come intorpiditi, robotici, non reattivi, "che sognano ad occhi aperti", "che agiscono come non fossero presenti", "come se stessero guardando attraverso una vetrata". Durante l’esperienza traumatica, se sono presenti aspetti d’immobilizzazione, di impossibilità di fuga o di dolore fisico, la risposta dissociativa diventa predominante.

Neurobiologia del continuum dissociativo

I correlati neurobiologici della risposta d’allarme-ipervigilanza e della risposta dissociativa sono sicuramente distinti. La neurobiologia della risposta d’allarme e d’ipervigilanza coinvolge i sistemi catecolaminergici ad origine tronco-encefalica (Murberg et al, 1990). La neurobiologia del continuum dissociativo è diversa. Negli animali, la risposta di “sconfitta” ha una specifica neurobiologia, che sembra corrispondere, per quel poco che si sa, alla risposta in dissociazione degli esseri umani. Infatti, la neurobiologia e la fenomenologia della dissociazione sembra più prossima alla reazione di “sconfitta” descritta negli animali (Henry et al, 1986; Heinsbroek et al, 1991; Miczek et al, 1990). Come nel caso della risposta in allarme e della risposta di “lotta o fuga”, la dissociazione comporta un’attivazione del tronco cerebrale con un aumento in circolo dell’epinefrina e degli steroidi associati allo stress (Glavin, 1985; Henry et al., 1993; Herman et al, 1982). La dissociazione si accompagna, però, ad un drammatico aumento del tono vagale, con calo della pressione arteriosa e della frequenza cardiaca, talora sino all’estrema conseguenza dello svenimento, nonostante l’aumento dell’adrenalina in circolo. Inoltre, sembra che vi sia un maggiore coinvolgimento funzionale dei sistemi dopaminergici, soprattutto mesolimbico e mesocorticale (Kalivas, 1985; Kalivas et al, 1986; Kalivas et al,1988; Abercrombie et al, 1989). Questi sistemi dopaminergici sono strettamente coinvolti nei meccanismi di gratificazione, ricompensa e piacere. Essi modulano il tono affettivo incidente. Ad esempio, la cocaina può indurre euforia. In alcuni casi, liberano neuromodulatori peptidergici, gli oppioidi endogeni, che mediano le funzioni edoniche e la soglia del dolore, ma anche il processamento delle informazioni sensoriali. Questi sistemi oppioidi sono coinvolti nella modulazione percettiva non solo degli stimoli dolorosi, ma anche del senso del tempo, del senso del luogo e, quindi, della realtà spazio-temporale. Infatti, la maggior parte degli agonisti oppiacei può indurre risposte dissociative. Questi sistemi oppioidi endogeni risultano svolgere una funzione di primaria importanza nella espressione dei comportamenti di “freezing”, cioè di paralisi temporanea indotta dallo stress, ma anche nell’espressione della risposta dissociativa di resa (Abercrombie e Jacobs, 1988). Altri complessi circuiti del tronco encefalico, del mesencefalo e del sistema limbico sono verosimilmente coinvolti in questa complessa serie di risposte adattive.

Importanza teleologica della risposta alle minacce

Perché individui diversi utilizzano distinti modelli di risposta per far fronte alla minaccia? L’età sembra svolgere un ruolo importante. Infatti, più giovane è l’individuo, maggiore è la probabilità che possa utilizzare adattamenti dissociativi invece della risposta di allarme-ipervigilanza, con i suoi comportamenti di lotta o di fuga. La natura del trauma sembra essere importante nella scelta del modello d’adattamento. Più l'individuo si sente impotente e inerme, tanto più è probabile che utilizzi risposte dissociative. Quando nell’esperienza traumatica è presente o prevalente il dolore fisico, si ha un’attivazione dei sistemi oppioidi, che facilitano l’adozione di risposte dissociative. Infine vi è una chiara differenza tra i sessi. Le donne, infatti, utilizzano adattamenti dissociativi più frequentemente degli uomini. Alcune illuminanti interpretazioni possono derivare dalla considerazione che l'obiettivo di tutte le funzioni cerebrali è orientato, filogeneticamente, alla sopravvivenza dell’individuo e della specie. Se questi diversi modelli di adattamento allo stress acuto sono stati conservati, nel corso di migliaia di generazioni, ognuno di essi deve fornire un vantaggio adattivo. E' facile vedere il vantaggio che deriva dalla risposta d’allarme, sotto forma di difesa aggressiva, come lotta o fuga, tipica degli adulti maschi. Cosa sarebbe accaduto alla specie umana di fronte alla minaccia, se i maschi adulti avrebbero sempre adottato comportamenti dissociati di fronte alla minaccia? Uomini passivi e immobili sarebbero divenuti un facile pasto per i predatori naturali. L'uomo si è evoluto nel corso degli ultimi 250.000 anni, in presenza di grandi predatori extraspecifici (p.es. felini come tigri, leoni, giaguari etc.) ed intraspecifici, i predatori più pericolosi, gli altri ominidi e lo stesso homo sapiens (Leakey, 1994). Per i felini, tutti gli esseri umani (uomini, donne e bambini) sono stati prede, più o meno in ugual misura, sebbene le vittime fossero quasi sempre gli individui più piccoli, lenti e deboli. Gli ominidi predatori, tuttavia, sembrano esercitare una pressione selettiva tra maschi, femmine e bambini. Come ampiamente descritto nella letteratura antropologica, una prassi comune tra i clan d’ominidi o d’uomini è quella di attaccare i campi dei clan concorrenti, uccidendo i maschi e tenendo come proprietà le femmine ed i bambini. La storia anche recente dell’occidente europeo sembra confermarlo. Viene garantita, quindi, la sopravvivenza della specie, se i figli piccoli e le donne sopravvivono a queste incursioni. E' più adattivo per i bambini il dissociarsi con comportamenti di passività e di resa, anziché adottare una risposta di lotta o di fuga. Di fronte alla minaccia, svolge un effetto auto-protettivo diventare insensibili, obbedienti e non combattivi. La fuga potrebbe comportare l'isolamento e la morte. Il combattere potrebbe essere inutile e controproducente, per la sopravvivenza dell’individuo e della specie. Ciò è probabilmente valido anche per le donne adulte. Non è difficile immaginare la diversa risposta di un adulto maschio e violento di fronte ad una donna remissiva, che volentieri si conforma ai suoi comandi, rispetto ad una donna che urla, grida, colpisce, cercando di combattere o di fuggire. La risposta di combattimento (lotta o fuga) di una donna riduce, di fatto, la probabilità che i suoi geni possano essere trasferiti ad un'altra generazione. Molto verosimilmente, sia la risposta d’allarme-ipervigilanza che il continuum dissociativo sono stati selezionati, per i vantaggi adattivi che fornivano, attraverso migliaia di generazioni, nella lotta per la sopravvivenza intraspecifica. Più l’individuo maschio matura e cresce, maggiori sono le possibilità di sviluppare una risposta utile ed efficace di fuga e di lotta, ma anche minori sono le probabilità di esibire risposte d’adattamento alla minaccia di tipo dissociativo. La dissociazione continua ad essere, comunque, un elemento estremamente importante nella risposta adattiva di fronte alla minaccia. La risposta dissociativa, infatti, consente di mantenere o addirittura diminuire lo stato d’allarme-ipervigilanza, consentendo di affrontare e risolvere i problemi, ad un più alto livello cognitivo, rispetto a quello che sarebbe possibile in uno stato d’assoluto terrore. Vi sono indubbiamente molte altre possibili ragioni per l'evoluzione della risposta in dissociazione o in allarme-ipervigilanza, così come vi sono chiare differenze nello stile adattivo predominante legate a sesso ed età. I dati epidemiologici relativi all’incidenza dei disturbi neuropsichiatrici nei maschi, rispetto alle femmine ed ai bambini, confermano una ratio di tre maschi per una femmina nell’infanzia, con una sostanziale parità tra i sessi nell’epoca adolescenziale ed un rapporto che diventa di due maschi per una femmina nell’età giovanile e adulta. In più nell'infanzia, i maschi tendono ad avere disturbi psichiatrici “esternalizzanti” come l'ADHD, i disturbi della condotta ed il disturbo oppositivo, mentre le ragazze presentano una maggiore incidenza di malattie “internalizzanti” come ansia, depressione o disturbi dissociativi. La stragrande maggioranza dei bambini di sesso maschile, che hanno subito abusi, abbandoni ed altri traumi, presentano sintomi di aggressività, distraibilità e deficit attentivo. Essi presentano, spesso, sintomi di un deficit dell’attenzione con iperattività (ADHD). Ci si può chiedere che cosa succede a tutte le ragazze che sono state traumatizzate in modo simile. Probabilmente, una ragazza obbediente, dissociata, depressa in genere non è percepita dagli adulti di riferimento, come portatrice di un disturbo mentale e, quindi, non viene presa in carico dai servizi psichiatrici. Al contrario, il suo combattivo, agitato ed impulsivo fratello verrà rapidamente segnalato ai servizi di salute mentale, nonostante la constatazione, che entrambi possono provenire dalla stessa esperienza traumatica d’abuso infantile.

Modelli di risposta adattiva primaria ed internalizzazione

La neuroplasticità cerebrale è modulata dagli stimoli ambientali che, durante lo sviluppo del SNC, in risposta alle esperienze di vita, modulano persino la citoarchitettura cerebrale. Le modalità specifiche d’attivazione neuronale, associate con le risposte ai traumi acuti, così, possono facilmente persistere indefinitamente essendo inscritte nella struttura cerebrale, “internalizzate”, e, sul piano soggettivo, per così dire, “interiorizzate”. I sintomi e le caratteristiche specifiche, che si sviluppano dopo eventi traumatici, sono inerenti al personale modello di risposta, presente nella situazione di stress acuto. Se, nel bel mezzo di un’esperienza traumatica, il bambino si dissocia e rimane in uno stato dissociativo per un lungo periodo di tempo, il bambino potrebbe “interiorizzare” la risposta in dissociazione, strutturando in modo neuroplastico i circuiti neurobiologici specifici, presentando una successiva e prolungata predisposizione, nel corso dell’intera vita, allo sviluppo di disturbi dissociativi. Viceversa, se un bambino utilizza una risposta prevalente d’allarme-ipervigilanza, che induce variazioni neurobiologiche persistenti, il bambino potrà sviluppare, con maggiore probabilità, sintomi persistenti d’allarme-ipervigilanza. Vi è una chiara relazione tra il tipo di risposta adattiva, utilizzata nella situazione di grave stress, ed i sintomi che persistono a sei mesi di distanza (Perry, 1994c; Perry et al, 1995). Negli studi che hanno utilizzato la frequenza cardiaca, come un indicatore non invasivo del “hyperarousal” neurovegetativo, si evidenzia che, come un bambino comincia ad attivare una risposta dissociativa la frequenza cardiaca si riduce ed in molti casi crolla. Quando il bambino, in fase dissociativa, riduce la sua attenzione sulla minaccia esterna ed aumenta l’attenzione sul suo mondo interno, si sente meno minacciato ed effettivamente modifica il modello neurobiologico di risposta alla minaccia, muovendosi lungo il continuum dissociativo, dalla resa alla paralisi. Ciò è in netto contrasto con i bambini che utilizzano una risposta predominante di “hyperarousal”. Questi bambini hanno una frequenza cardiaca elevata, anche in condizioni di riposo e sono estremamente reattivi, con incrementi drammatici di fronte a stimoli stressanti, emotivo-cognitivi o fisici (Perry, 1994c; Perry et al, 1995). Quando questi bambini passano lungo il continuum di “hyperarousal”, dalla risposta di allarme-ipervigilanza a quella di paura e di terrore, essi continuano a utilizzare il modello neurobiologico di risposta già descritto, correlato ai comportamenti di “lotta o fuga”. Poiché la neurobiologia del modello di risposta in dissociazione è diversa e distinta, da quella connessa con l’allarme-ipervigilanza, ci si potrebbe aspettare diversi tipi di sintomi psichiatrici, in conseguenza della diversa internalizzazione, della risposta alla minaccia. E’ quello che effettivamente avviene. Chiaramente il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali IV (DSM IV) non ha etichette specifiche, utilizzate di routine, nella descrizione dei disturbi, che presentano i bambini gravemente maltrattati. È evidente che il DSM IV, non ha categorie descrittive adeguate per la maggior parte degli effetti neuropsichiatrici conseguenti a traumi infantili, soprattutto quando inflitti deliberatamente. Solo il 70 per cento dei bambini gravemente traumatizzati, di tutte le età, con sintomi di drammatica risposta in allarme-ipervigilanza (n = 120; maschi / femmine: 4:1) soddisfano i criteri diagnostici per il Disturbo Post-Traumatico da Stress PTSD (Perry et al, 1995). Inoltre, le donne hanno molti tratti di personalità e disturbi della serie affettiva (distimia, depressione maggiore, etc.), della serie dissociativa e borderline, rispetto agli uomini con storie simili di gravi traumi infantili (Perry et al, 1995). La maggior parte di tutti i bambini, che soddisfano i criteri per il Disturbo Post-Traumatico da Stress utilizzano una persistente combinazione di risposte presenti nel trauma originale, con la partecipazione d’aspetti dissociativi e d’allarme-ipervigilanza. Queste complicazioni diagnostiche e fenomenologiche hanno ostacolato la ricerca e la pratica clinica con i bambini traumatizzati (Scheeringa et al, 1995; Terr, 1991).

Implicazioni cliniche

Un approccio neuroscientifico allo sviluppo cerebrale dei bambini maltrattati ha una serie di chiare implicazioni. La prima riguarda l'equivoco circa la “resilienza”. Si sente spesso dire: "…i bambini sono resistenti" o "…qualunque trauma arrivi su loro, non lascia traccia perché essi non sanno neanche che cosa accade". Non è raro che gli adulti riferiscano gli eventi traumatici ai medici, in presenza dei bambini, come se essi fossero assenti ed insensibili. Spesso, raccontando l'evento, gli adulti descrivono in che modo l'evento traumatico è stato terribile per loro, ma nel descrivere le reazioni del bambino spesso fraintendono le reazioni comportamentali del bambino, descrivendolo come non reattivo o non colpito dall’evento, invece che paralizzato dalla paura o in completa dissociazione. Questo punto di vista, diffuso tra genitori, educatori ed adulti preposti alle cure infantili, è molto negativo ed emotivamente dannoso per il bambino, perchè peggiora l’impatto negativo del trauma. Naturalmente, i bambini non hanno scelta. Essi non sono elastici o resistenti ai traumi. Al contrario, i bambini sono sensibili, malleabili, plastici. Nei processi neurobiologici indotti dal trauma, alcuni aspetti del loro vero potenziale affettivo, comportamentale, cognitivo e sociale possono essere irreversibilmente inficiati. Una certa percentuale della loro capacità d’adattamento futuro può essere persa, in conseguenza dell’evento traumatico. In particolare, può essere persa, per sempre, una caratteristica essenziale del bambino che è la realizzazione spontanea e libera di potenzialità. Un'altra importante implicazione, dell’approccio neuroevolutivo, è legato al fatto che un intervento precoce può non solo migliorare l'intensità e la gravità della risposta al trauma, ma può anche ridurre la probabilità di sviluppare la sensibilizzazione neurale, sottesa alla persistenza di risposte di “hyperarousal” o di dissociazione. Quanto più una persona ha vissuto uno stato dissociativo post-traumatico nell’infanzia, tanto maggiore sarà la probabilità che presenti, nel corso della vita, una psicopatologia dissociativa o depressiva. Quanto più a lungo essi hanno vissuto in uno stato di paura, tanto più è probabile che si sviluppino, successivamente, segni o sintomi di allarme ansioso e di iperattività neurovegetativa ad alto tasso adrenalinico. L'intensità e la durata della risposta al trauma, nei bambini, dipende da un'ampia varietà di fattori. Uno dei fattori più importanti sembra essere la presenza di un adulto sano e sensibile, capace di fornire un adeguato sostegno emotivo al bambino dopo il trauma. La presenza di un adulto, rassicurante e forte, può ridurre drasticamente la risposta d’allarme o la risposta dissociativa del bambino. Viceversa, se l'adulto è anch’esso colpito dal trauma, ciò può indurre notevoli ripercussioni negative sul bambino. In effetti, un certo numero d’infanti e bambini molto piccoli, dopo un evento traumatico acuto (ad esempio un incidente d'auto) riescono a processare l'esperienza molto bene. A volte i genitori o gli adulti, che avevano in custodia i bambini, possono risultare significativamente traumatizzati dall’evento. In questi casi, la loro ansia e la persistente incapacità di contenere i loro sintomi persistenti d’allarme-ipervigilanza, può rispecchiarsi nei loro bambini, inducendo una condizione di paura riflessa, una forma d’ulteriore traumatizzazione. Quando è l’adulto, che aveva in custodia il bambino, la fonte del trauma, la sopravvivenza emotiva del bambino dipende dal senso di sicurezza, che può derivare solo da nuovi e veri protettori adulti. Eventi diversi, in momenti diversi della vita di un individuo, possono tradursi in una diversa combinazione di risposte adattive. Un infante, un bambino e un adolescente esperiscono lo stesso evento in modi diversi. Quello che può essere molto traumatico per un adolescente può essere un evento poco traumatico per un bambino (ad esempio, la minaccia di una rapina a mano armata). Viceversa, vi sono molte esperienze che possono essere traumatiche per i bambini, ma che sono percepite come poco minacciose per gli adolescenti (ad esempio, la separazione dalla madre o dalla figura primaria d’attaccamento). Fattori legati alla risposta specifica della persona ad un dato trauma comprendono: 1. il funzionamento pre-morboso e la storia personale, in particolare la storia dei precedenti stress subiti; 2. l'età (i modelli neurobiologici di risposta sembrano cambiare con l'età); 3. lo specifico significato cognitivo di un evento per l’individuo; 4. la natura specifica del trauma; 5. la presenza di fattori aggravanti (perdita della principale figura protettiva per il bambino) o la presenza di fattori attenuanti (ad esempio, intervento precoce di altre figure adulte, veramente protettive, quando il trauma è stato indotto dal genitore o dall’adulto che aveva in custodia il bambino) 6. la precocità dell’intervento protettivo.

Conclusioni

I bambini ed i neonati utilizzano una varietà di modelli adattivi di risposta alla minaccia. Questa “interiorizzazione” delle risposte al trauma, alla minaccia ed allo stress (acuto e cronico) plasma l'organizzazione e la struttura morfo-funzionale del cervello in via di sviluppo (neuroplasticità). Numerosi, diversi e vari sono i sintomi neuropsichiatrici che possono conseguire a questi pattern persistenti di attivazione neurale. Queste constatazioni hanno importanti implicazioni, non solo per la ricerca neuroscientifica, la valutazione diagnostica e la prassi clinica, ma soprattutto per l'eventuale intervento terapeutico e per la più opportuna prevenzione. La considerazione più importante, tuttavia, è che la comprensione dell'impatto di un’esperienza traumatica sullo sviluppo cerebrale dei bambini, in prospettiva neuroscientifica, può fornire alcune rilevanti indicazioni per la nostra cultura (Perry, 1996). Dalla comprensione circa l’importanza critica che hanno le prime esperienze, nel determinare le capacità emotive, cognitive e comportamentali dell’adulto maturo, derivano profonde implicazioni d’ordine socio-culturale e di pubblica rilevanza. Il persistere del mito falso e deleterio secondo cui “i bambini sono resistenti al trauma” impedisce a milioni di bambini, quindi alla nostra futura società, di veder rispettato, protetto e sviluppato correttamente il loro vero potenziale. La persistenza del maltrattamento dei bambini, pervasivo e non criticato, talvolta agito dai genitori talaltra da altri adulti, paradossalmente chiamati a proteggere l’infanzia nel corso del suo sviluppo, in ambito educativo e/o sanitario, porta, inevitabilmente, amari frutti per gli individui, le famiglie e per l’intero corpo sociale. Un opportuno intervento di informazione e di formazione, in questo ambito specifico, risulta, perciò, indispensabile.

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Appendice: LA LETTERA DI IRINA
(corretta nell’italiano e modificata nei dati in modo da non rendere riconoscibile l’identità dell’Autrice)

Buona sera dottore mi chiamo Irina ed ho 20 anni.
Stasera il cielo è grigio e le nuvole ondeggiano di qua e di la come onde,
sento un venticello leggero che mi accarezza il viso.
Sono seduta per terra e appoggio la testa sulla finestra lasciandomi trasportare dalla sensazione che trasmette quel delicato soffio di vento tiepido sulla mia pelle…
Gli occhi diventano lucidi e le lacrime sovrastano il mio volto, mi abbraccio talmente forte cosi da poter sentire quell’amore illusorio che non ho mai ricevuto ……..
La penna si lascia trasportare dalla mia mano che scrive all’infinito.
Quel dolore .. quel senso di vuoto e di sporco che un genitore può lasciare addosso al corpo, ma soprattutto nel cuore….un dolore con il quale non riesco più a convivere e per questo ho bisogno di parlarne, e a volte di gridarlo a tutti…
Sono passati 14 anni  eppure fa ancora troppo male….
Scruto ogni ragazza che incontro cercando di capire se anche lei sta passando l’inferno che io sento dentro di me..…
Perché gli occhi di una ragazza, per me, hanno dentro di se perle preziose, tenute con cura o rovinate per scopi o fragilità personali …..
Pensavo di aver superato il mio passato, invece, ogni volta che cerco di abbracciare papà (nota esplicativa = padre adottivo), rivivo gli episodi già vissuti con mio padre (nota esplicativa = padre naturale abusante).
Mi ricordo in Ucraina, l’istituto aveva una porta color giallo senape. All’ ingresso c'era una piccola entrata e subito dopo le scale che portavano nelle stanze coi letto a castello. Ricordo di un bambino con la quale avevo fatto amicizia. Ricordo della zuppetta che ci davano da mangiare. Ricordo il cortile fuori dall’istituto. Io piangevo sempre e mi mettevo nell’angolo. Non parlavo con nessuno altro bambino, ma solo con quello con cui avevo fatto amicizia…..
Ricordo quando prima di essere portata in istituto stavo coi miei. Io piangevo sempre. Non avevamo una casa. Stavamo in una stradina circondata da un palazzo grigio …mia madre mi lasciava sempre sporca. Ero sempre al freddo e non mi vestiva. Aveva i capelli lunghi e mori con gli occhi azzurri aperti ……
Mi ricordo l’incubo di mio padre, occhi azzurri, biondo. Beveva sempre, lui faceva il minatore….
Mi ricordo in particolare delle sere, mia madre mi teneva ferma per le mani  e mio padre con una mano mi teneva ferma i piedi e con l’altra mi penetrava i genitali. Lui rideva mentre lo faceva. Io non volevo. Sentivo male e non facevo altro che piangere. Volevo muovere i piedi ma invece riuscivo a malapena a muovere il busto e a piangere dal dolore che sentivo e dalla rabbia che avevo di vedere mio padre mentre mi faceva male…..ho perso la mia verginità a sei  anni…..le tue dita papà spingevano dentro di me e più io piangevo e mi lamentavo più tu non ti fermavi…
Le tue mani papà, la tua forza, ma quando tu ormai eri dentro io non potevo far altro che piangere e aspettare che tu finissi.
Ogni sera che finivi, mi lasciavi li da sola a piangere, non mi guardavi neanche papà, terrorizzata, distrutta papà, nell’anima. Ancora oggi, papà. Mi chiedo ma come posso, a sei anni, aver provocato un uomo, te papà, fino al punto da indurti a commettere il peggiore degli omicidi interiori? Ero soltanto una bambina  che assaggiava ogni sera una porzione d’inferno, cercando a tutti i costi di abituarsi, di essere brava…
Non ce la faccio più. E’ un dolore troppo forte che mi logora dentro giorno dopo giorno, facendomi sentire solo vergogna. Quando mi abbraccio forte mi viene da piangere. Vorrei poter trovare un equilibrio mio e invece ho solo queste maledette lacrime.
Ricordo ancora il suo sguardo, il suo odore. La mia memoria, la mia speranza e la mia serenità si sono fermati in quei momenti, in quelle sere, in quel pomeriggio, nonostante siano passati 14 anni non riesco ad essere serena, non sono felice e questo si trasmette su tutto ciò che faccio: famiglia, ragazzo e soprattutto scuola. Quando mi alzo ogni mattina il mio primo pensiero è rivolto a quelle sere e ancora oggi mi viene da vomitare per questo. A fatica faccio colazione. Vado a scuola alla sera, cercando di indossare la maschera di una persona felice, che mi permetta, in quei momenti, di andare avanti. Ma è solo una copertura….
È un dolore più grande di me che vivo ogni giorno dentro di me, come se fosse nascosto in una cassaforte.
Ancora oggi se parlo con una persona che conosco e questa mi appoggia la mano sulla spalla chiacchierando amichevolmente, faccio finta di niente, ma mi irrigidisco subito, perché per me il contatto fisico coi maschi non è più una cosa naturale. Sono cosi timida, paurosa e vergognosa. Continuo a sentirmi schifata come se dentro di me ci sia qualcosa di sporco, ma non è uno sporco come togliere la polvere dai mobili…..non so come poterlo spiegare.
Ho bisogno tutti i giorni di piangere come una disperata, ma non da sola….
Papà, ora che ho 20 anni capisco che forse quello che mi facevi ogni sera era il tuo modo di amarmi…forse non conoscevi altro modo per farmelo capire…a volte penso che tu abbia avuto ragione a usare me, perché in fondo eri mio papà e mi amavi in un modo tutto tuo e forse è giusto che le cose siano andate cosi….
 
Ma perché mi domando? Perché? Perché non cera nessuno in quei momenti che mi potessero sentire? Perché ha usato me? Ero solo piccola e potevo solamente piangere? Ora io mi chiedo sempre: papà ora non provi neanche un minimo di vergogna per quello che mi hai fatto? Non te ne frega niente vero? Ma non te ne fregava niente di me quando ero con te, figurati se te ne può fregare ora? Ricordo ancora le tue dita che spingevano dentro di me e fin che tu non ti decidevi a finire io dovevo starmene ferma ad aspettare che tu finissi e tutto questo per cosa papà? Non è una buona giustificazione il fatto che tu bevevi…quel corpicino odiato, usato per quali tuoi scopi? Papà ero solo una bambina. Una bambina che desiderava solamente ricevere qualche carezza. Invece tu non facevi altro che bere e alla sera prendere me e fare di me quello che volevi…vorrei spiegazioni ma so che ora non è possibile, forse tu sei gia morto? O forse sei ancora vivo? Non lo so……vorrei solo che un giorno tu ti mettessi davanti allo specchio e ti chiedessi: ma cosa ho fatto?

Perché proprio a me? Perché? Forse perché piangevo sempre e non mi sopportavi più? Ti chiedo scusa papà per questo ma non posso continuare a sentirmi in colpa per quello che tu hai fatto a me, io potevo solo piangere perché mi spaventava quando mi usavi……Spesso mi chiedo cosa sono nata a fare? Cos’è servito creare il mio corpo se poi voi lo avete usato per giocare o per non so? …… Poi però una signora del condominio sentendomi sempre piangere veniva a capire e  vedere com’era la situazione …..Fin che un giorno lei capì …vennero più volte i poliziotti a raccomandarvi di non far più cosi. Poi però capirono e finalmente mi portarono via per sempre da voi….Mi portarono in ospedale e li ci rimasi per venti giorni … Avevo infezioni all’apparato genitale ….Uscita dall’ospedale mi portarono in istituto dove ci rimasi per sei mesi…..Papà e non ti dico caro papà perché per me sei stato solo l’incubo che mi seguiva dal primo giorno che mi hai messo al mondo con mamma….Ricordo il tuo volto papà …….. papà ma perché tutto questo? perché con mamma mi hai messo al mondo? Potevi farne a meno non credi? Sai papà la cosa che più fa male è che quando si usa una persona contro la sua volontà, lei si sente impotente e ciò che rimane in lei è la rabbia per non aver potuto fare nulla in quei momenti. E’ la paura rimasta in lei per aver distrutto quello che di prezioso poteva usare lei stessa in maniera giusta e positiva da grande. E’ quell’attimo quando ormai tu sei dentro e io non posso far altro che star ferma e piangere. Perché hai la consapevolezza di non poter far niente, di essere usata di essere bloccata, e allora non fai altro che sbarrare quegli occhi impauriti e aspetti che tutto finisca……Sei contento oggi papà? Ti voglio regalare una poesia papà anche se non te ne frega niente, a me basta che la leggi:

Papà,
guardami negli occhi,
sei contento di quello che hai fatto?
Pianti, lacrime, dolore,
le tue mani papà….
la tua forza papà….
le tue dita papà….
e il tuo cuore?
Nient’altro che
un sacco di segatura..
Guardami negli occhi papà:
oggi,
ti senti orgoglioso
di essere una merda?
 
Dentro di me si è insinuata la vergogna che mi ha fatto chiudere in un silenzio, in un mutismo che mi appare “complice” e lotto con me stessa per dimenticare.
Purtroppo dimenticare mi è impossibile. Il problema è accettare di aver “subito” una simile esperienza e farla rimanere tra le altre senza troppi dissidi.
Col tempo però ho cominciato a ribellarmi al silenzio e l'ho raccontato al mio amico scout Francesco. Lui  non era in grado di aiutarmi, ma il poterne parlare senza essere giudicata mi dava forza. Mi rendevo conto di essere accettata pur essendo sporca. Mi aveva detto di stare tranquilla e che potevo piangere davanti a lui, perché tutto era passato . …Lui fin ora ha mantenuto con me questo segreto.
Non tutti riescono ad andare oltre la realtà in cui vivono e dimenticare gli altri e le loro calunnie in nome di un grosso disagio che non si capisce fino in fondo.
Cosi ho deciso di farmi giustizia da sola senza aspettare niente e nessuno.
Un venerdì senza dire niente ai miei mi sono recata dai carabinieri. Mi hanno fatto parlare col Maresciallo. Gli ho parlato perché sapevo che mi avrebbe ascoltata senza giudicarmi. Mi ha fatto capire che non tutti sono come quell’uomo oscuro e cattivo che aveva tinto di nero il cielo della mia infanzia e che i colori del mio cielo sono altri. Allora ho scelto di illuminare il mio cielo con i colori accesi del più bel arcobaleno che esista… quello dipinto da chi giorno per giorno non usa il corpo delle bambine che provano il gelo terribile di questa terribile realtà.
Francesco mi ha aiutata col suo amico avvocato, perché gli avevo chiesto se potevo fare un colloquio con lui, E’ stato lui a incoraggiarmi ad andare dai carabinieri e almeno a raccontare tutto, anche se sono passati anni, Anche solo il parlarne, secondo lui, mi avrebbe aiutata molto. Lui tuttora mi sta vicino, ma io da sola non ci riesco. Non c’è giorno che passi senza pensare a quelle sere. Non c’è giorno che passa senza rivivere quei momenti che per me sono durati un eternità…
Il maresciallo mi aveva detto che potevo denunciarlo, ma la cosa sarebbe durata a lungo perché bisognava prendere, secondo il codice penale italiano, anche un avvocato ucraino in materia di pedofilia incestuosa…Cosi visto che capivo che la cosa si faceva troppo pesante, più di quello che potevo sopportare, decisi di lasciare perdere. Anche il maresciallo mi aveva tranquillizzato e mi aveva detto che non mi dovevo scusare di nulla…Ho girato da sola per avvocati, ambasciata e carabinieri. Pensavo di poter dimenticare tutto, parlando con persone che mi potessero aiutare, ma nessuno può capire come mi sento…..Quando vado a scuola la sera ….mi siedo sempre al mio banco, ma è come se non fossi mai li. E’ ancora troppo presto perché il mio cuore riesca a dimenticare quei momenti …Un giorno era un lunedì e avevamo un compito da consegnare. Intanto la prof. tutti i giorni o quasi mi chiama e mi richiama "Irina, Irina, ma dove sei con la testa? Cerca di stare un po' attenta, sei sempre così distratta!, portami il quaderno", ma il compito quel giorno non l’avevo fatto…Rimasi ferma e impietrita.. mi  salirono le lacrime agli occhi….ma bloccai subito ogni sentimento. Mi faccio forte. Serro strette le gambe e taccio. “No, non dirò niente a nessuno… se no gli altri chiamano a casa e si arrabbiano….cosi sto zitta, zitta per sempre….”
Perché parlare se tutti pensano che Irina è solo pigra, svogliata, poco volenterosa e sognatrice? Perché parlare se tanto nessuno può difenderla?…..
Ho permesso a mio padre di usare il mio corpo, perdendo cosi la mia infanzia. Gli ho permesso di fare tutto, di usarlo e non ho fatto niente per impedirlo. E’ stata tutta colpa mia. Ogni giorno mi dovevo rassegnare alla sua paurosa presenza. Il vero problema ero io. Ero un incidente, un peso, una bambina messa al mondo per sbaglio. Gli ho permesso di usarmi. Gli ho permesso tutto perché mi misi solo a piangere, perdendo cosi la mia infanzia.
Mi chiedo sempre la mia anima quanto valesse?
Mi sono allontanata dalla mia anima per molto tempo. Porto il mio viso sempre voltato da un lato per non farmi leggere negli occhi tristi, in quegli occhi che, forse, molti, a partire dai miei, cercano di leggere…
La rabbia esplode. Neanche il sapone, neanche la doccia è in grado di purificare il mio corpo. Non è più quello di prima.
Tutto svanito, sogni, speranze, desideri…
La mia tristezza non è esteriore. La mia tristezza è interiore. Mi sento sgretolata….senza energia come un orologio scarico …perché provo soltanto io questo orribile dolore??
Mi teneva ferma, mi toccava….e mi ha fatto male…. come si stacca un fiore, ma io non sono un fiore…
A volte vorrei dire alla gente: non fatemi domande che prolunghino di torture il mio orrore!!
Non voglio ricordare le sue orrende mani, la sua forza, il suo volto, il suo duro soldato…
Io vorrei già pensare al domani, ma nel mio corpo, vibra ancora il suo seme  ….
Mi fidavo di mio padre, mi fidavo di te papà…..
Mi fidavo …..ma perché a me???
Non potrò mai dimenticare quelle sere. Non potrò mai dimenticare quei momenti. Ho voglia di morire. Ho voglia  di fuggire, ma lui è dentro di me, senza bisogno che mi insegua, nei sogni che faccio.……
Ho perso la serenità e la gioia. Ho perso le mie caratteristiche più belle, tra cui anche l’amore per me stessa. Mi sento sporca, ma non è uno sporco come togliere la polvere dai mobili. Credo che lo sporco che ho in fondo all’anima, non se ne andrà…mai.
Sento ancora la sua voce, le sue parole, le mie lacrime, il mio dolore. Ho iniziato a chiudermi, a non parlare, a odiarmi. Non mi fido più di nessuna figura maschile. Ho paura del contatto fisico. Ho paura quando solamente mi guardano i miei compagni, perché anche il mio papà mi guardava. Quando lo faceva, mi sento sporca. Continuo a farmi le docce ma neanche quelle mi purificano. Mi vergogno. Mi sento in colpa. Ho provato a farmi fuori ma non è servito a niente. Sono stata male solo per due giorni per causa della trielina. Continuo a tagliarmi e non riesco più a smettere, magari inizio poi lascio per due settimane e poi ci ricado dentro come niente, appena mi viene un pensiero. Cerco in tutti i modi di dimenticare. Ho cercato di metterci sopra una pietra, ma il dolore è ancora forte e anche quando io non voglio i pensieri entrano come niente nei miei giorni presenti…Non riesco più a parlare. Solo il mio silenzio esprime il mio dolore, il mio segreto…
Ho paura. Mi sento morta. Mi sento vuota. Mi hanno tolto tutto. Prima avevo la passione per il pianoforte, leggevo cose mediche per passione, disegnavo, correvo, andavo in bici. Ora non ho più interessi. Rivivo solo quei momenti. Di pomeriggio dormo. E’ più il tempo che sto in camera, è più il tempo che sto sul mio letto a dormire. Non scherzo più. Quando mi trovo in giro sto attenta ai movimenti degli uomini, dei ragazzi. Quando sono a casa ho paura solamente di vedere papà accarezzare mamma. Quando sto a casa mi preoccupo sempre di sapere dov’è papà. Sto attenta ai suoi movimenti, ai suoi passi, perché temo cose negative anche se so nonostante so che è una brava persona, non riesco più a fidarmi di nessuno. Ho paura. Tutti i giorni penso come  farmi fuori. Ci ho provato ma non è servito a nulla. Quando il mio prof. di computer si avvicina per spiegarmi una cosa io mi sento a disagio e faccio subito uno scatto indietro. Ho paura degli uomini. Ho paura di papà. Ho paura e mi viene da piangere quando sono con gli uomini. Mi sento al sicuro solo se sto in camera mia. Mi sento strana, diversa dalle altre ragazze. Ormai il mio corpo non è più come prima. Mi sento sporca… solo chi ha provato quello che ho provato io mi può veramente capire….

Una mattina mi alzo sperando che sia uno dei giorni più belli in cui cogliere sensazioni positive che vengono dal paesaggio, da un fiore, da un uccellino che canta, da una brezza fresca e  piacevole,
da uno sguardo affettuoso. Solo piccole cose e non pensieri! Legate alla realtà di oggi e non al passato.
Ma in un attimo, rieccomi catapultata nella dimensione vecchia.
Quei lamenti, quei pianti sono ritornati a farsi sentire tra le risate di colui che un giorno ha spezzato le ali che un giorno avrebbero potuto farmi volare ….
La forza di chi è bastardo non si può raccontare!! In nessun posto c’è rifugio….Calpestano i fiori come niente fosse. Entrano ed escono come vogliono senza bussare. Violando cosi la privacy che pensavi fosse solo parte di te..
Ti rivolgi con fiducia perché pensi che mai e poi mai ti avrebbero distrutta. Gli chiedi con dolcezza una carezza, invece ti accolgono stringendoti tra le loro cosce…Arriva la sera e speri di riuscire a dormire cosi che chiudendo per un attimo gli occhi tutto si annebbia. Al contrario come impetuosi suoni scorrono diapositive penetrate nell’anima in cui essi lasciano nel cuore i lacci arrugginiti che giorno dopo giorno si fanno sempre più spessi.
Padre, fratello, amico, ragazzo, fidanzato…chi sono? Non ha importanza il loro ruolo ed il loro nome….A volte si pensa che queste cose, accadono agli altri e in posti lontani….
Provate, ascoltate il silenzio che quei falsi nomi lasciano, marchiando con la loro minaccia, il corpo cosi sporco di una ragazza di nome Irina….
Ora vi sentite sollevati?
Necessità:questo è il vostro vero nome.
E adesso che vi rimane? Soddisfatti del vostro gioco osceno, vi abbassate chiedendo scusa…
Ma cosa c’è dietro al dolore che infliggete? Solo crudeltà, forse.
Giorno, notte, luce, buio…Scarpette danzanti su una lastra  di un vento gelido che accarezza la pelle come fosse un pesante macigno di ricordi.
Niente più parole, ne risate con le amiche.
Niente più uscite con persone, da tempo nemiche.
Nascosti dietro le loro mura di casa, dove le pareti diventano sempre più scivolose.
Ti osservano,ti guardano, e poi decidono. Ti prendono e un gelo ti inchioda…Piangi, ti muovi….inutile speranza!
Non riesci più ad alzarti, le carezze strane, i baci obbligati e poi ecco il momento:
le mani che toccano, fermano, abbassano…la loro  voce penetra nelle orecchie come vocali ansimanti….sbattuta per terra come un petalo staccato e immobile tremi…dalla mia bocca  si eleva un ahi!
Chiudo gli occhi, cercando di trattenere il respiro per sentire meno male….è duro, forte di una forza che fa paura….eretto, pronto come un soldato
Entra in guerra,
e due, quattro, sei colpi,
vorresti guardare l’orologio...ma quanto manca?
E otto, dieci colpi..
Ormai,
è dentro,
fa parte di te..
finisce tutto
e ancora tutta tremi..
Lettere? Frasi? Parole?
No,
silenzio.
Questo è il mio nome
nascosto da tempo
dietro quel campo minato.
Cicatrici, segreti dolenti
coperti sotto morbidi vestiti
gridano aiuto.
Piango e piango, ma a che serve ora?
Le fiabe che mi raccontavano da bambina
erano vere.
Gli orchi esistono,
sono accanto a noi!!!
 
 
Mi scuso dottore per questo grande sfogo, so che non è possibile ricevere risposte via email soprattutto da sconosciuti, però, volevo solo farle una domanda: io durante questa settimana sono riuscita a raccontare tutto a mamma. Al momento mi sentivo leggera di tutto. Al momento mi sentivo spensierata. Non mi sembrava vero. Ho lasciato passare tutti questi anni e mi rendo conto che lo sbaglio maggiore che ho fatto nella mia vita è aver convissuto col mio dolore nel silenzio che giorno per giorno mi arrugginivano il cuore solo per colpa di quella mia maledetta paura e vergogna di essere giudicata, di parlare…
Ora sono passati 4 giorni. Pensavo di aver veramente dimenticato tutto, invece, mi creda non lo faccio apposta ma sto ancora male dentro di me. Mi sono chiesta più volte se forse non ho detto tutto? C’è qualcosa che manca? Invece ho detto tutto,ma il fatto è che continuo a sentirmi triste per questo dolore che continua a entrare nei miei pensieri senza chiedermi il permesso….Io alla fine credo di aver, come dite voi, elaborato il trauma, perché l’avrò scritto e riscritto un casino di volte sul mio diario. Ne ho parlato con mamma e continuo a parlarne con me stessa….Questo io credo si chiama rielaborare, ma forse è un male?? Forse non è questo che devo fare?? Io ho bisogno di aiuto,vorrei solo capire come posso superare il mio vissuto perché non ci riesco da sola…Il problema è che non riesco a dormire perché continuo ad alzarmi di scatto perché sogno mio padre in continuazione. Ho sempre l’ansia e la maggior parte del tempo durante il giorno lo uso  a pensare a come farmi fuori, eppure la voglia di aiutare gli altri e tirar su di morale le mie amiche, quando sono in difficoltà, ce l ho sempre, ma mai nei miei confronti. Ho paura di papà. Continuo ad avere paura del suo contatto da sempre. Non riesco ad abbracciarlo. Tante volte mi impegno a resistere e controllarmi dicendo adesso lo abbraccio e tutto andrà bene, ma appena mi avvicino mi viene come la pelle d oca, mi irrigidisco e mi allontano piangendo dentro di me. Pensavo che parlandone sarei riuscita a stare meglio, invece non riesco davvero a concentrarmi in nessuna attività. Un semplice film da guardare, la lettura di un libro, sono già troppo per me….Mi sembra di vivere lontana dagli altri, come se fossi in un film. Non riesco a partecipare a nessuna attività perché mi stanco subito e vado a dormire al pomeriggio perché questo dolore mi fa troppo male al cuore. Spesso mi colpevolizzo perché sono troppo sensibile e mi dico che se non lo fossi stata sarei riuscita a fregarmene. Non ce la faccio a vivere cosi sia per me che per gli altri, delle mia famiglia adottiva, che vivono con me. Mi sento bloccata. Non riesco a vivere la mia età….Continuo a mangiare come una scema per dimenticare, anche quando non ho fame…
Non pretendo nulla da questa lettera,vorrei solo un consiglio …..
La prego mi dia solo un consiglio…

La ringrazio di cuore.

Cordiali saluti.

Irina


L’eventuale corrispondenza va indirizzata a: Vincenzo MANNA
Medico-Chirurgo, Psicoterapeuta, Specialista in Psichiatria, Specialista in Neurologia, Active Member of the New York Academy of Sciences, Docente di Neurologia e Neuropsicologia nel Corso di Laurea in Logopedia dell’Università degli Studi “La Sapienza” di Roma, Dirigente Responsabile del Centro di Salute Mentale di Genzano di Roma, ASL Roma H.
e. mail: vi.manna@tiscali.it

home > psichiatria > Neurobiologia del trauma

 

 

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