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home > psichiatria > bios e psiche

a cura del Dr. Vincenzo Manna

LA MENTE UMANA TRA BIOS E PSICHE

Vincenzo Manna
Neurologo, Psichiatra, Psicoterapeuta,
Docente di Neurologia e Neuropsicologia nel Corso di Laurea in Logopedia della Università degli Studi “La Sapienza” Sede di Ariccia - Roma

La complessità del reale

Il sistema nervoso umano è senza dubbio il più complesso e meraviglioso prodotto dell’evoluzione della vita sul nostro pianeta. In tutti gli animali, la principale funzione del sistema nervoso è quella di rilevare i mutamenti ambientali interni (viscerali ed intercellulari) ed esterni (input sensoriali) ed associarli alle appropriate risposte dei muscoli, degli organi interni e delle ghiandole endocrine ed esocrine.

Gli animali più in alto nella scala evolutiva presentano un sistema nervoso più complesso, con funzioni più complesse, come apprendimento, memoria, attenzione ed altre funzioni cognitive, fino, a giungere, nell’essere umano, all’intelligenza ed alla consapevolezza di sé.
Molti aspetti anatomici, fisiologici, biochimici e molecolari delle funzioni neurali sono ben conosciuti, mentre molte altre continuano ad essere oggetto di ricerca di numerosi studiosi, sia nelle scienze di base sia nelle discipline cliniche.
Affermando che per comprendere la vita mentale ed il comportamento umano è necessario conoscerne le basi neurobiologiche, ci si espone all’accusa di riduzionismo, il credere, cioè, che il comportamento e la vita mentale siano completamente determinati dalla genetica, dal sistema nervoso, dalla biochimica del corpo. In realtà esistono due tipi di riduzionismo: uno “grossolano” ed uno “scientifico”. Il riduzionismo “scientifico” è il tentativo di interpretare i fenomeni mediante la ricerca delle leggi generali che li regolano e dei meccanismi più profondi ad essi sottesi. Il cattivo riduzionismo consiste nell’interpretare in termini grossolanamente fisici ogni fenomeno biologico e fisico, disconoscendone “a priori” la novità e la complessità. La biologia è riuscita a superare le critiche di riduzionismo, che le sono state rivolte, ai suoi albori. Non si può dire altrettanto per quanto riguarda la psicologia, nuova e più recente scienza del comportamento e della vita mentale. La psicologia deve ancora confrontarsi con il riduzionismo “grossolano” (secondo il quale il comportamento e la vita mentale sono solo biologia), ma anche con il riduzionismo “scientifico” (secondo il quale possiamo comprendere più completamente il comportamento e la vita mentale di tutti gli organismi, esseri umani inclusi, se individuiamo i meccanismi ed i processi di natura biologica che ad essi sottostanno).
La psicologia potrà risolvere i suoi problemi nei riguardi dei due riduzionismi, soltanto con l’emergere di nuovi strumenti teorici d’interpretazione della “mente” umana. Uno di questi strumenti interpretativi, già utilmente applicabile è rappresentato dalla scienza della complessità, secondo cui ogni realtà fenomenica non è costituita soltanto di sistemi “semplici”, ma, in buona parte, di sistemi “complessi”. I sistemi complessi sono strutturati in una gerarchia di livelli, di complessità crescente, in cui molti elementi appartenenti ad un certo livello della gerarchia determinano le caratteristiche di un singolo elemento al livello immediatamente superiore. Ciò accresce le difficoltà nella comprensione della complessità dell’intero sistema, poiché vanno considerate sia le interazioni tra gli elementi all’interno di uno stesso livello, sia quelle tra i diversi livelli gerarchici.
Molte discipline scientifiche, negli ultimi anni hanno interpretato l’oggetto dei loro studi in quest’ottica. Sono stati sviluppati nuovi gli strumenti teorici e metodologici necessari per affrontare lo studio dei sistemi complessi. Gli strumenti tradizionali della ricerca, sperimentali e di analisi matematico-statistica, infatti, non risultano sufficienti nell’approccio scientifico ai sistemi di questo tipo. Una semplice equazione non potrebbe descrivere un fenomeno complesso, dovendosi considerare un grandissimo numero di variabili interagenti reciprocamente, spesso in maniera non lineare. Una tale equazione diverrebbe così complessa da perdere ogni utilità ai fini della nostra comprensione, senza fornirci nessuna predittività logica sui fenomeni studiati. Solo la simulazione al computer sembra fornire uno strumento sufficientemente efficace ed utile nello studio dei sistemi complessi.
La scienza della complessità può aiutare lo studio della “mente” e del comportamento umano, superando i problemi legati ad un riduzionismo troppo semplificante. Dal punto di vista neurobiologico, infatti, il comportamento e la vita mentale conseguono all’interazione di numerosissimi elementi, posti su livelli gerarchici diversi di complessità: le numerose molecole coinvolte nella fisiologia cellulare (geni, proteine, enzimi, neurotrasmettitori, recettori, secondi messaggeri, etc.); le singole cellule del sistema nervoso; le complesse interazioni interneurali (sinapsi); le diverse reti neurali; i nuclei cerebrali (amigdala, striato, ipotalamo, etc.); le organizzazioni morfo-funzionali complesse (sistema nigro-striatale, sistema tubero-infundibolare, etc.); le aree corticali e sottocorticali; le articolazioni macroanatomiche (cervelletto, emisferi, etc.) nonché le diverse altre componenti morfo-funzionali corporee correlate (sistema neuro-endocrino, etc.). Lo studio di queste componenti e delle loro interazioni sembra essere essenziale per capire la natura di quelle funzioni complesse che chiamiamo comportamento e “mente” dell’uomo. Quello appena proposto può essere considerato una forma di riduzionismo “scientifico”. Ciò nonostante, il comportamento e la vita mentale non possono essere “ridotti”, nel senso del riduzionismo “grossolano”, ai geni, alle cellule nervose, alle componenti del corpo, in quanto il comportamento e la vita mentale sono proprietà emergenti di sistemi complessi, di cui le cellule nervose, le singole parti del corpo ed i geni sono solo le componenti a più basso livello gerarchico di complessità. Non è possibile prevedere o dedurre le caratteristiche del comportamento e della “mente” umana, conoscendo solo parte dei componenti di basso livello gerarchico e delle loro interazioni reciproche, così come avviene in tutti i sistemi complessi. (Chi si sognerebbe razionalmente di prevedere l’esito di un incontro di calcio dallo stato di forma e di motivazione di un solo calciatore? Una partita di calcio dipende dall’interazione tra circa 25 elementi di cui 22 calciatori e 3 giudici di campo. Che dire dell’interazione tra circa 100 miliardi di neuroni ognuno dei quali può arrivare a formare sino a 50.000 sinapsi?)
Dalla prospettiva della scienza della complessità, considerare che tutti i fenomeni possono essere descritti a diversi livelli gerarchici, fa sì che non si possa ridurre alla sola neurobiologia tutto l’insieme dei fenomeni socio-culturali, che influenzano il comportamento umano. Il comportamento e la “mente” umana sono sistemi complessi di livello gerarchico inferiore rispetto ad altri sistemi complessi come il singolo essere umano “in toto”, ma ancor più la famiglia e la società all’interno della quale egli vive.

Psicanalisi e biologia della mente

Nel XIX secolo Freud completò la sua formazione, come neurologo, nella scuola di Charcot alla Salpetriére di Parigi. Quando Freud, nel 1895, scrisse il suo “Progetto di una psicologia” non poteva di certo immaginare il tumultuoso accrescersi delle conoscenze, nell’ambito delle neuroscienze, a cui stiamo assistendo negli ultimi decenni. La formazione biologica di Freud è stata messa in evidenza, ripetutamente, nel dibattito tra neuroscienze e psicoanalisi, che si sta sviluppando negli ultimi anni. Uno storico della scienza ha, persino, definito Freud un “biologo della mente” (1). Già negli anni ’70, alcuni Autori avevano sottolineato la sostanziale discontinuità tra “Progetto di una psicologia” ed i successivi sviluppi della psicoanalisi clinica (2). Nel XX secolo, la psicoanalisi si è progressivamente allontanata dalla matrice biologica freudiana.
Il successivo ampliarsi delle conoscenze, in ambito neurobiologico, ha aperto nuove prospettive interpretative circa la “mente” umana, sempre più complesse, ma tuttora insoddisfacenti. Per molti anni, gli oggetti di ricerca e il sistema teorico di riferimento propri della psicoanalisi e delle neuroscienze sono sembrati assai distanti. Istanze culturali diverse hanno, però, contribuito ad un più efficace incontro e confronto tra la “mente” biologica, nell’accezione psicoanalitica freudiana, e la “mente” biologica, nell’accezione propria delle neuroscienze.
Nel 1998, Eric R. Kandel, in uno storico articolo pubblicato sull’American Journal of Psychiatry, riassume le più importanti scoperte della biologia molecolare, tracciando “una nuova cornice intellettuale per la psichiatria”, esaminando, al contempo, le principali posizioni della psichiatria americana ad orientamento psicoanalitico. L’inquadramento concettuale che Kandel propone tenta di leggere unitariamente le neuroscienze e la psichiatria psicoanalitica. Eric R. Kandel, premio Nobel per la Medicina e le Neuroscienze nel 2000, è ritenuto il massimo esperto dei meccanismi cellulari e molecolari della memoria e del condizionamento. Negli anni ’60, la psichiatria americana ad orientamento psicoanalitico era diventata il modello di riferimento nella comprensione e nel trattamento delle malattie mentali e d’alcune malattie somatiche. Il suo allontanamento dalla biologia era stato determinato, in gran parte, dal fatto che le conoscenze biologiche dell’epoca non erano né tecnicamente né concettualmente mature per delineare i rapporti esistenti nell’uomo tra cervello, mente e comportamento. In quegli anni dominava l’idea che le diverse funzioni mentali non si potevano localizzare in regioni o circuiti cerebrali specifici. La corteccia cerebrale era considerata “equipotenziale” nell’elaborazione “diffusa” delle funzioni mentali superiori. Questa impostazione teorica rendeva non analizzabile, con metodo sperimentale, il rapporto tra “mente” e cervello. Negli anni successivi si è assistito alla nascita della psichiatria biologica, sulla base delle acquisizioni proprie della neurofarmacologia e della biologia molecolare. Solo dagli anni ’80, con lo sviluppo delle moderne tecniche di brain imaging, in vivo, nell’uomo, si scoprono le specifiche e dirette relazioni anatomo-funzionali tra specifiche funzioni mentali e specifiche aree di attivazione corticale e sottocorticale (3).
Il quadro concettuale proposto da Kandel si articola in cinque aspetti principali che rappresentano, in sintesi esemplificativa estrema, il pensiero neurobiologico sulla relazione tra mente e cervello.
I. Tutti i processi mentali, semplici e complessi, psicologici e psicopatologici, derivano da specifiche attività cerebrali. Ciò che viene usualmente definito con il termine “mente” è un’insieme di funzioni svolte dal cervello. Le attività neuronali sono alla base di comportamenti semplici, ma anche di tutte le attività cognitive, consce e inconsce, specificamente umane, come il pensare, il parlare, il provare emozioni, l’agire. Ne consegue che i disturbi del comportamento, trattati dalla psichiatria, sono disturbi delle funzioni cerebrali, anche quando le loro cause prime sono riconducibili ad un’origine ambientale (p.es. un trauma).
II. Sul presunto determinismo genetico del comportamento umano vanno fatte forti critiche. I geni non codificano comportamenti, ma codificano semplici proteine. Essi hanno una funzione modello (trasmissione), che fornisce una copia dei geni presenti nell’individuo alle generazioni successive. Il modello trasmesso può essere modificato solo da mutazioni, rare, casuali e spesso disadattive. Questa funzione non è dipendente da interferenze comportamentali o ambientali, individuali o sociali. La funzione trascrizionale si riferisce, invece, alla capacità di un dato gene di produrre specifiche proteine, in una specifica cellula. Questa funzione è modulata da numerosi e diversi fattori ambientali. Le basi genetiche e le proteine trascritte sono importanti nel determinare, tra l’altro, sul piano morfo-funzionale l’interconnessione tra neuroni. I geni e le loro aggregazioni casuali esercitano, solo in questo senso, un’influenza significativa sul comportamento umano. Le malattie mentali, per esempio, hanno una base di vulnerabilità genetica che contribuisce al loro insorgere ed al loro sviluppo.
III. Le determinanti genetiche, da sole, non spiegano l’insorgere, lo sviluppo e la variabilità clinica di una malattia mentale. Fattori dello sviluppo, fattori ambientali o sociali possono svolgere un importante ruolo patogenetico. Come le combinazioni di geni contribuiscono al comportamento, anche sociale, così il comportamento dell’individuo ed i fattori sociali possono esercitare azioni sul sistema nervoso, modificando l'espressione genica e, di conseguenza, alcune funzioni neurali. L'apprendimento produce specifiche variazioni nell'espressione genica, in specifiche aree e circuitazioni neurali. Tutta la "cultura" è scritta su una base neurale, che ne rappresenta la "natura". Nell’ottica neurobiologica la dicotomia tra cultura e natura, in un certo senso, cessa di esistere.
IV. Le alterazioni nell'espressione genica, indotte da fattori ambientali (p.es. apprendimento), inducono variazioni nella rete neurale e nelle connessioni interneurali. Questi cambiamenti contribuiscono alle basi biologiche dell’individualità e sono, probabilmente, correlate all’insorgenza ed al mantenimento di disturbi del comportamento indotti da fattori ambientali e sociali. Sulla base delle nuove acquisizioni in biologia molecolare si evince che il genoma umano, lungi dall’essere immutabile e statico, presenta una variabilità d’espressione molto ampia. Nell’uomo le regioni geniche codificanti per le proteine rappresentano appena il 2-3% del genoma totale, che è costituito, secondo recenti stime, da circa 35.000 – 40.000 geni. Il genoma non codificante proteine rappresenta circa il 97-98 % dell’intero genoma e svolge importanti compiti di controllo e di regolazione dell’espressione genica. C’è oggi particolare interesse verso quella che viene definita la genomica funzionale.
V. La terapia psichiatrica, farmacologica o/e psicoterapeutica, risulta efficace solo se produce variazioni adattive, a lungo termine, del comportamento patologico, mediante modifiche nell’espressione genica e nelle connessioni sinaptiche dei circuiti neurali, sottesi funzionalmente al disturbo. Il miglioramento delle tecniche di visualizzazione cerebrale, potrebbe permettere una valutazione quantitativa del risultato del trattamento, anche della sola psicoterapia.
Nel suo articolo, Kandel si rivolge indistintamente a psichiatri, psicoterapeuti e psicoanalisti, rivolgendo il suo appello a tutti coloro che, da prospettive cliniche diverse, si occupano del rapporto tra mente e cervello. La sua esortazione finale è quella di non disperdere il patrimonio di conoscenze cliniche, proprie della psicoanalisi, ma di utilizzarlo per orientare la ricerca biologica in psichiatria.

Neuroscienze e psicoanalisi nel pensiero di Eric R. Kandel

Nel 1999, nell’articolo intitolato "Biology and the future of psychoanalysis: a new intellectual framework for psychiatry revisited" Kandel, sulla base dei progressi delle neuroscienze, ha tentato una riunificazione di vari modelli della psicologia clinica, partendo dal condizionamento classico di Pavlov fino ad arrivare alla teoria dello stress di Selye. L’obiettivo prefissosi è quello di rifondare la psichiatria del nuovo millennio sulle basi culturali provenienti da quanto prodotto nell’ultimo secolo, in cui spicca il ruolo della psicoanalisi (4).
Il principale problema della psicoanalisi, secondo Kandel, riguarda la sua mancata evoluzione scientifica: "Cosa più importante, e più criticabile, è che la psicoanalisi non si è evoluta scientificamente. Specificamente, non ha sviluppato metodi oggettivi per dimostrare le eccellenti idee formulate all’inizio. Come risultato, la psicoanalisi entra nel ventunesimo secolo con la sua influenza in declino. Questo declino è da rimpiangere, dal momento che la psicoanalisi rappresenta ancora la visione della mente più coerente e soddisfacente dal punto di vista intellettuale… Il mio proposito in questo articolo è di suggerire un modo in cui la psicoanalisi potrebbe ri-energizzarsi, cioè sviluppando una più stretta relazione con la biologia in generale e con le neuroscienze cognitive in particolare." Egli propone per il pensiero psicoanalitico un ruolo di potenziale ed indispensabile alleato nel compito di fornire un soddisfacente modello della mente. Kandel suggerisce i campi in cui la biologia e la psicoanalisi potrebbero convergere, ambiti in cui metodologie diverse di approccio scientifico alla “mente” potrebbero giungere ad una reale integrazione interdisciplinare. I notevoli progressi fatti negli ultimi decenni dalla neurobiologia, infatti, non hanno ancora fornito un modello teorico soddisfacente per la comprensione dei processi mentali complessi. In questa prospettiva la mente potrebbe rappresentare per la biologia del XXI secolo quello che è stato il gene per la biologia del XX secolo. Come scrisse François Jacob: "Il secolo che sta per finire si è preoccupato d’acidi nucleici e proteine. Il prossimo si concentrerà sulla memoria e sul desiderio. Sarà in grado di rispondere alle domande poste?" La biologia potrebbe fornire risposte agli storici quesiti sollevati dalla “mente” umana, ma le risposte potranno essere più facilmente raggiunte, secondo Kandel, sfruttando tutte le possibili sinergie tra neurobiologia e psicoanalisi. Kandel indica otto aree in cui questa sinergia potrebbe fornire notevoli contributi: 1. la natura della memoria e dei processi mentali inconsci; 2. la natura del determinismo psichico; 3. la causalità psicologica e psicopatologica; 4. le esperienze precoci e la predisposizione alla malattia mentale; 5. il preconscio, l’inconscio e la corteccia prefrontale; 6. l’orientamento sessuale; 7. la psicoterapia e le modifiche strutturali del cervello; 8. la psicofarmacologia integrata alla psicoanalisi.

1.La natura della memoria e dei processi mentali inconsci

Un primo ambito di ricerca interdisciplinare tra neuroscienze e psicoanalisi potrebbe riguardare lo studio della memoria e dei processi mentali inconsci. Kandel parte dalle scoperte di B. Milner (1954) sulla funzione del lobo temporale mediale e dell’ippocampo. Egli utilizza il termine "inconscio procedurale" per indicare quel processo chiamato più frequentemente in ambito neuroscientifico “memoria procedurale” (MP), sottolineando l’importanza terapeutica dei "momenti di significato — momenti nell’interazione tra paziente e terapeuta — che rappresentano il raggiungimento di una nuova serie di memorie implicite che permettono alla relazione terapeutica di progredire ad un nuovo livello. Questa progressione non dipende da intuizioni consce; non richiede che l’inconscio diventi conscio. Piuttosto, i momenti di significato sono pensieri che portano a cambiamenti nel comportamento i quali aumentano la gamma di strategie procedurali del paziente per fare ed essere". Kandel propone un confronto tra i fondamenti della prassi psicoanalitica e le ricerche sperimentali. Egli si chiede se le moderne tecniche di brain imaging, in vivo, nell’uomo, potranno permettere, in futuro, delle descrizioni più accurate dei meccanismi cerebrali (ed il loro substrato molecolare) di quei sistemi che mediano le diverse forme di memoria. La memoria episodica autobiografica (MEA) è, infatti, prevalentemente correlata all’attività funzionale del lobo temporale mediale. La memoria semantica (MS), invece, dipende prevalentemente dall’attività del lobo temporale laterale. La memoria procedurale (MP), acquisita già in tenera età, prevalentemente non verbale e non verbalizzabile, dipende da più complessi circuiti limbico-sottocorticali. Il processo terapeutico della psicoanalisi potrebbe avere nel passaggio delle informazioni dalla MEA alla MS, uno dei suoi capisaldi, in termini neurobiologici. L’analisi del transfert, nella relazione terapeutica, attualizzando comportamenti interpersonali a forte componente emotiva, appresi in tenera età, potrebbe rappresentare una via clinica di accesso terapeutico alla memoria procedurale, per sua natura meno approcciabile con gli strumenti verbali di comunicazione e di interpretazione.

2.La natura del determinismo psichico

Un secondo ambito di ricerca convergente potrebbe essere rappresentato dallo studio del determinismo psichico sotteso a: lapsus, pensieri in libera associazione, motti di spirito, sogni, etc. L’interpretazione delle libere associazioni, dei lapsus e dei sogni è, storicamente, alla base della metodologia psicoanalitica. Kandel evidenzia dei parallelismi tra i primi lavori di Freud e le ricerche sull’apprendimento per associazioni di Pavlov, oggi chiamato conoscenza procedurale. Successivamente numerosi altri studiosi, partendo dal modello del condizionamento classico pavloviano hanno determinato un modello di apprendimento per associazioni, definito condizionamento differito. Il condizionamento implicito viene convertito in memoria esplicita in una variante di questo modello sperimentale, il cosiddetto condizionamento di tracce. Secondo questo modello i soggetti normali possono divenire consapevoli dell’intervallo temporale che intercorre tra lo stimolo condizionato e lo stimolo incondizionato. Kandel sostiene in tal senso che: "una piccola variazione nella sequenza temporale modifica un’istanza del determinismo psichico dall’essere inconscio a conscio… in accordo con l’idea che i due sistemi di memoria, procedurale e dichiarativa, sono spesso reclutati insieme da un compito comune e codificano differenti aspetti del pattern sensoriale di stimoli (o del mondo esterno) presenti nel soggetto." Nella prospettiva psicoanalitica, perciò, potrebbero essere studiati i processi di scambio tra inconscio e conscio. Nell’ambito neurobiologico, si potrebbe ricercare le aree e i circuiti coinvolti specificamente nei diversi tipi d’apprendimento.

3. La causalità psicologica e psicopatologica

Un terzo punto di possibile interesse comune tra neurobiologia e psicoanalisi potrebbe essere rappresentato dalla convergenza tra condizionamento pavloviano alla paura ed il concetto freudiano d’ansia-segnale. Anche se in un framework concettuale fortemente diverso, entrambe le scuole di pensiero, secondo Kandel, sono giunte autonomamente all’evidenza dell’importanza adattativa del riconoscimento dei segnali di pericolo. L’identificazione precoce di segnali di pericolo permette, infatti, all’individuo di prepararsi all’attacco o alla fuga. Un ruolo specifico in questa serie di comportamenti complessi è svolto dall’amigdala. Questa complessa struttura è coinvolta funzionalmente nel controllo del flusso d’informazioni provenienti da differenti aree cerebrali, coinvolte nella genesi e nell’espressione della paura. Secondo diverse evidenze scientifiche, la stimolazione dell’amigdala induce negli esseri umani la sensazione di pericolo imminente e la manifestazione di paura. Un deficit funzionale dell’amigdala, di converso, non permette né la percezione del pericolo né l’espressione della paura. L’attivazione improvvisa e sovramassimale dell’amigdala dovuta ad un intenso stress può bloccare l’attività funzionale dell’ippocampo, provocando un deficit nella memorizzazione e nella rievocazione dell’evento stressante stesso.

4. Le esperienze precoci e la predisposizione psicopatologica

Le importanti osservazioni d’Anna Freud e Spitz sugli effetti traumatici della separazione materno-infantile e la teoria dell’attaccamento di Bowby hanno evidenziato l’esistenza di periodi critici per lo sviluppo delle relazioni sociali negli esseri umani. Fenomeni analoghi sono stati descritti anche in alcuni primati, secondo le osservazioni etologiche di Harlow. L’amnesia infantile potrebbe non essere causata da meccanismi di rimozione quanto, piuttosto, dal deficit funzionale di sviluppo del sistema di memoria dichiarativa, propria dell’età. Sono state condotte ricerche in quest’ambito anche sui roditori che hanno confermano l’esistenza di fenomeni analoghi. Alcuni studiosi hanno analizzato, con metodica neuroendocrinologica, le conseguenze che la separazione precoce induce nel bambino. La separazione dalla madre, viene vissuta dal bambino alla stregua di uno stress estremo, che induce l’attivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA) con innalzamento del livello ematico degli ormoni glucocorticoidi. Questa risposta neuroendocrina può persistere come traccia per tutta la vita dell’individuo, rappresentando un esempio biologico tipico di influenza persistente delle esperienze precoci avvenute nella primissima infanzia. Studi ulteriori su animali da esperimento hanno dimostrato l’aumento dell’espressione genica di alcuni fattori coinvolti nella risposta da stress, tra cui il fattore di rilascio dell’ormone corticotropo (CRF), nei cuccioli separati dalla madre durante le prime settimane di vita. E’ stato dimostrato, inoltre, che una condizione prolungata di stress può portare ad atrofia neuronale nell’ippocampo. Kandel suggerisce, perciò, che i meccanismi neurobiologici sottesi alla rimozione degli eventi precoci traumatici sono funzionalmente correlati al danno permanente del lobo temporale mediale cerebrale, coinvolto nei processi di memorizzazione. Una separazione precoce dalla madre produce nel bambino una risposta di stress con danni permanenti del sistema di memoria procedurale, funzionalmente correlato all’ippocampo, uno dei pochi sistemi già sufficientemente differenziato nella prima infanzia. Nella depressione e nel disturbo post-traumatico da stress, nell’uomo, sono stati evidenziati evidenti danni nella memoria dichiarativa ed una marcata iperincrezione di CRF.

5. Il preconscio, l’inconscio e la corteccia prefrontale

La corteccia associativa prefrontale svolge due funzioni principali: integrazione di informazioni sensoriali e pianificazione di movimenti. Lesioni in quest’area corticale possono indurre deficit nella working memory, una componente operativa, a breve termine, della memoria esplicita. La corteccia prefrontale svolge, perciò, una funzione di mantenimento a breve termine delle informazioni acquisite o richiamate dalla memoria dichiarativa. Alcuni Autori hanno proposto il termine di memoria esecutiva per indicare questo processo d’integrazione, operativa e funzionale, delle informazioni attuali con quelle avvenute nel passato (esperienze, azioni, conoscenze). Il richiamo di conoscenze esplicite, realistiche e procedurali, proprio della corteccia prefrontale potrebbe corrispondere ad alcune istanze che la psicoanalisi attribuisce all’Io ed al super-Io. Kandel ritiene, inoltre che la corteccia prefrontale possa mediare alcuni aspetti del sistema preconscio-conscio.

6. L’orientamento sessuale e la biologia delle pulsioni

Esaminando gli studi che evidenziano le determinanti genetiche dell’orientamento sessuale, Kandel distingue il genere genotipico (determinato geneticamente) da quello fenotipico (definito dallo sviluppo dei genitali esterni). L’identificazione di genere è più complessa, riferendosi alla percezione soggettiva del proprio sesso. L’orientamento sessuale, infine, si riferisce alla preferenza per un partner sessuale. In base a diverse ricerche sulle caratteristiche di comportamento comuni ai mammiferi, Kandel fornisce alcuni dati di rilevante importanza. La presenza di fattori ormonali durante lo sviluppo, modifica l’organogenesi sessuale, ma anche il cervello, e, quindi, il comportamento sessuale. L’orientamento sessuale, alla luce di numerose ricerche di biologia del comportamento, sembra essere influenzato dai livelli di testosterone, nelle varie fasi di sviluppo e maturazione del sistema nervoso centrale, in periodo intrauterino e post-natale. Le differenze sessuali nel comportamento si correlano ad alcune differenze morfo-funzionali cerebrali. La componente ereditaria dell’orientamento sessuale risulta essere, perciò, solo parte dell’insieme di fattori biologici, sottoposti ad influenze modulatrici ambientali, che intervengono nella formazione dell’identità e del comportamento sessuale dell’adulto. L’allargamento delle conoscenze sui fattori biologici sottesi alle pulsioni ed al comportamento sessuale possono essere interessante campo d’ulteriore approfondimento delle teorie psicoanalitiche sull’argomento.

7. La psicoterapia e le modifiche strutturali del cervello

Studi sperimentali dimostrano che i musicisti che suonano strumenti ad arco presentano una più ampia rappresentazione corticale, motoria e sensitiva, delle dita della mano sinistra (la mano più importante per suonare, per esempio, il violino) rispetto a soggetti sani di controllo, non suonatori. Tali differenze sono più evidenti, quando il soggetto inizia la pratica musicale nei primi anni di vita. Altri studi su animali da esperimento, che hanno investigato la memoria a lungo termine, hanno evidenziato specifiche variazioni nell’espressione genica e specifiche modificazioni morfo-funzionali cerebrali. La neuroplasticità cerebrale può essere sottesa alle attività ed alle abilità di un individuo, con modificazioni morfo-funzionali dei circuiti neuronali, che probabilmente persistono per tutta la vita. Il processo di apprendimento, in sintesi, modifica sul piano morfo-funzionale il sistema nervoso centrale. Kandel, perciò, arguisce e postula che: "È affascinante pensare al successo della psicoanalisi nel produrre modificazioni persistenti delle attitudini, abitudini e comportamenti consci e inconsci, producendo alterazioni nell’espressione genica che portano a modificazioni strutturali nel cervello". Il cambiamento prodotto dal lavoro psicoterapeutico, secondo Kandel, si potrebbe correlare direttamente all’effetto neuroplastico sui processi di memoria a lungo termine e, quindi, sui circuiti neurali a ciò sottesi. In futuro, si potrebbe obiettivare, perciò, l’effetto della psicoterapia sulle circuitazioni cerebrali, con appropriate tecniche di neuroimaging funzionale.

8. La psicofarmacologia integrata alla psicoanalisi

L’uso degli psicofarmaci nel corso di una psicoanalisi è un argomento controverso. In realtà, in tre diversi casi analitici di depressione grave, Anna Freud si rivolse ad un collega affinché prescrivesse dei farmaci con risultati significativamente benefici. Era, infatti, convinta che l'aggiunta d’agenti farmacologici fosse cruciale per consentire all'analisi di proseguire (5).
Ostow molti anni fa sosteneva l’importanza cruciale dell’effetto psicofarmacologico, come modulatore del comportamento e della psicopatologia, forse più importante dello stesso “insight”, soprattutto nella gestione delle disfunzioni affettive. Questa posizione è stata condivisa da altri psicoanalisti, come Sandler e Stern, secondo cui il progresso terapeutico, in psicoanalisi, avviene in seguito a modificazioni delle conoscenze procedurali inconsce (moments of meaning), piuttosto che in relazione all’insight cosciente.
In sintesi conclusiva, Kandel ha affermato la necessità di una profonda revisione metodologica del pensiero psicoanalitico. I concetti psicoanalitici non potranno, probabilmente, essere ridotti a quelli puramente neurobiologici. Ciò nonostante, com’è avvenuto nell’ambito della genetica, che ha saputo fondere insieme la visione classica mendeliana con la biologia molecolare, anche la psicoanalisi, uscendo dalla sua torre d’avorio, può interagire proficuamente con le neuroscienze nella difficile definizione di “mente” umana. Molti gruppi e ricercatori stanno compiendo degli sforzi per una psicoanalisi concettualmente e sperimentalmente più rigorosa, tra cui: Ostow, Olds e Cooper, Kaplan-Solms e Solms nonché Shevrin. Secondo Kandel, per avere un futuro, la psicoanalisi dovrebbe dialogare operativamente con le neuroscienze, auspicando: "...che una disciplina unificata di neurobiologia, psicologia cognitiva e psicoanalisi dovrebbe creare una nuova e più profonda comprensione della mente." 

Oltre il bios e la psiche: i nuovi modelli della mente

Provare conflitti motivazionali è un’esperienza quotidiana, per chiunque. Il conflitto motivazionale consiste nell’avvertire, in un dato momento, motivazioni tra loro contrastanti, che spingono a adottare comportamenti reciprocamente incompatibili. Un certo comportamento può portare a soddisfare una certa motivazione, ma, allo stesso tempo può impedire di adottare un comportamento differente, che potrebbe soddisfare una diversa motivazione. Tutti gli esseri viventi, l’uomo tra essi, sono costantemente alle prese con conflitti motivazionali. Tra le diverse motivazioni (numerose nel caso degli esseri umani) che li spingono all’azione, essi devono continuamente operare una scelta, prima di mettere in atto o inibire un qualsiasi comportamento. Ogni comportamento viene esibito sotto una spinta motivazionale emergente che è la somma vettoriale (si potrebbe dire prendendo a prestito l’espressione tipica della fisica meccanica classica) di tutte le spinte motivazionali presenti, in quel momento ed in quel contesto ambientale, per quello specifico e di per sé complesso organismo vivente. Nel conflitto motivazionale entrano in gioco due aspetti rilevanti della vita “mentale”: la motivazione e l’attenzione. Per essere più precisi, bisognerebbe far riferimento al prodotto derivante dall’interazione tra questi due aspetti, vale a dire, all’attenzione selettiva (6).
E’ stato dimostrato ampiamente, infatti, che la percezione influenza lo stato motivazionale (p.es. vedere del cibo, quando si è affamati, accentua la sensazione di fame). Vale anche il contrario, nel senso che un certo stato motivazionale modifica la percezione degli stimoli esterni (se affamati si tenderà ad acuire i sensi rispetto ad ogni forma di cibo, mentre s’ignoreranno gli altri stimoli percettivi incongrui). In modelli etologici, per esempio, nel momento in cui nell’ambiente appare un predatore, gli animali smettono di cibarsi (inibendo la spinta motivazionale all’alimentazione ed ignorando, di fatto, le informazioni sensoriali sul cibo) e alzano il loro livello attentivo sulla “fonte del pericolo” (dando priorità motivazionale alla protezione del Self ed acuendo la percezione circa ogni potenziale pericolo), al fine di mettere in atto la risposta comportamentale più adatta (per esempio la fuga). In questi casi, il comportamento adottato dagli animali nasce dalla priorità motivazionale data alla protezione di Sé, per cui la presenza di cibo nell’ambiente diventa ininfluente. In presenza di una predatore, il conflitto motivazionale viene immediatamente risolto, adottando, spesso, un comportamento prioritario di fuga. Proseguire la raccolta di cibo non è vantaggioso, perchè il danno procurato da una cattura è molto superiore al beneficio che potrebbe derivare dal continuare a cibarsi. In genere, l’informazione relativa alla priorità da dare alle singole motivazioni è presente nella cosiddetta “struttura motivazionale” di un organismo. E’ evidente che non si tratta di una struttura in termini anatomici, ma di una strutturata gerarchia funzionale, complessa e dinamica, che varia in relazione al processo di sviluppo / crescita dell’organismo ed anche a seconda del contesto, fisiologico ed ambientale.
Riuscire a definire, in una simulazione computerizzata, l’intera struttura motivazionale di un organismo, includendo al suo interno tutte le variabili che, in ogni dato momento, ne possono determinare il comportamento, come si può facilmente immaginare, risulta essere oltremodo difficile. Altrettanto difficile è riuscire a quantificare il “peso relativo” di ciascuna di queste variabili. Le simulazioni computerizzate dei sistemi complessi restano e devono necessariamente rimanere delle rappresentazioni semplificate del mondo reale. Esse non devono ricalcare fedelmente la realtà, altrimenti perdono ogni utilità, ricreando nella simulazione un fenomeno complesso e del tutto indecifrabile come quello che già stiamo studiando. Al contrario le simulazioni computerizzate possono essere utili ad identificare i meccanismi nucleari che, modulati da tutte le diverse componenti che nella realtà esercitano una certa influenza, determinano il modo d’agire degli esseri viventi (7).
Per superare il dualismo che separa la mente dal cervello in modo radicale e definitivo, la scienza deve usare concetti e modelli teorici di riferimento che non fanno nessuna distinzione tra mente e corpo. E’ necessario quindi utilizzare concetti e modelli che sono allo stesso titolo applicabili sia al corpo, sia alla vita mentale ed al comportamento umano. Molti manuali di psicologia dedicano di solito una piccola parte al sistema nervoso, ignorandolo del tutto, quando si tratta di interpretare i fenomeni mentali, sebbene il sistema nervoso risulti indispensabile tanto alla vita, quanto alla vita “mentale”. E’ paradossale che la psicologia, intesa come scienza della mente, possa fornire dati obiettivi sui fenomeni della mente facendo a meno d’ogni riferimento al sistema nervoso. La ricerca ha cominciato, solo negli ultimi anni, ad usare nuovi modelli teorici che unificano fin dall’inizio mente e sistema nervoso. Sono modelli di simulazione computerizzata, definiti “reti neurali” (8).

Considerazioni finali

La questione dei rapporti tra neurobiologia e mente, vista nella sua complessità, può sembrare irresolubile, anche se già Freud sosteneva, nel suo “Progetto di una psicologia”, nel lontano 1895, che: “Un giorno sarà possibile rappresentare il funzionamento psichico negli elementi organici del Sistema Nervoso”. Sulla base delle evidenze provenienti da fisica, chimica, biologia evoluzionistica e neuroscienze, sembra molto verosimile l’ipotesi che le capacità della mente umana sono determinate neurobiologicamente. Nell’affermare che questo “riduzionismo biologico” resta un’ipotesi, i neuroscienziati intendono enfatizzare la sua condizione di materia sperimentale. Non è, in altre parole, una questione d’analisi concettuale, una conoscenza intuitiva “a priori” oppure una fede religiosa. Le neuroscienze stanno progressivamente affiancandosi ad altre discipline nell’investigare la mente umana. Gli ambiti interdisciplinari della neuro-etica e della neuro-filosofia stanno cominciando a indirizzare alcune delle più complesse questioni, che coinvolgono le interazioni del cervello con la mente e la coscienza.
Eric R. Kandel, nell’ultima edizione dei suoi “Principi di Neuroscienze” ha scritto: ”L’ultima frontiera delle scienze biologiche, l’ultima sfida, è capire le basi biologiche della coscienza e dei processi mentali mediante i quali noi percepiamo, agiamo, impariamo e ricordiamo” (9).
L’ipotesi eliocentrica d’Aristarco di Samo (circa III sec. a.C.) ha raccolto evidenze scientifiche solo dopo migliaia d’anni. L’umanità ha impiegato migliaia d’anni di cultura prima di definire la tavola degli elementi chimici. Le verità profonde sono tutte, allo stesso tempo, semplici e difficili da cogliere. Le problematiche affrontate dalle neuroscienze e dalla neuropsicologia sperimentale, oggi appaiono complicate e difficili, ma i progressi scientifici e tecnologici, che hanno permesso l’accesso non invasivo ai processi funzionali del cervello, in vivo, nell’uomo, potrebbero portare, in un futuro prossimo, ad una visione sintetica ed obiettiva, su solide basi scientifiche. Ciò che oggi ci sembra ovvio è stato considerato un'incredibile novità, per le generazioni che ci hanno preceduto. Ciò che sino a qualche anno fa era un difficile oggetto di ricerca, oggi è oggetto d’apprendimento didattico. Non si può non nutrire un prudente ottimismo circa la possibilità che il progresso scientifico possa fornirci, in un prossimo futuro, sorprendenti novità sulla natura della mente umana e della coscienza.


Bibliografia

1)Sulloway, F., Freud, Biologist of the Mind. Beyond the Psychoanalytic Legend. Basic Book, New York, 1979, tr. it. Freud biologo della psiche, Feltrinelli, Milano, 1982.
2)Pribram, K. H., Gill, M.M., Freud's 'Project' re-assessed: Preface to contemporary cognitive theory and neuropsychology. New York: Basic Books, 1976, tr. It. Freud neurologo. Studio sul «Progetto di una psicologia», Boringhieri, Ed., Torino, 1978.
3)Kandel, E. R., A new intellectual framework for psychiatry. American Journal of Psychiatry, 1998 Apr; 155 (4): 457-469.
4)Kandel, E. R., Biology and the future of psychoanalysis: a new intellectual framework for psychiatry revisited. American Journal of Psychiatry, 1999 Apr; 156 (4): 505-524.
5)Lipton, M. A., A letter from Anna Freud. American Journal of Psychiatry, 1983, 140: 1583-1584.
6)Cecconi, F., Parisi, D., Neural Networks with Motivational Units in Meyer, J.A., Roitblat, H.S., Wilson W. (eds), From Animals to Animats 2: Proceedings of the Second International Conference on Simulation of Adaptive Behavior. MIT Press / Bradford Books, 1992.
7)Balkenius, C., Motivation and Attention in an Autonomous Agent. In: Sloman, A. (ed.), Proceedings of the Workshop on Architectures Underlying Motivation and Emotion (WAUME '93). Birmingham: University of Birmingham, 1993.
8)Floreano, D., Mattiussi, C., Manuale sulle Reti Neurali. Bologna, Il Mulino, 2002.
9)Kandel, E.R., Schwartz, J.H., Jessell, T.M., Principi di Neuroscienze, Hoepli, 2003.
 


L’eventuale corrispondenza va indirizzata a: Vincenzo MANNA
Medico-Chirurgo, Psicoterapeuta, Specialista in Psichiatria, Specialista in Neurologia, Active Member of the New York Academy of Sciences, Docente di Neurologia e Neuropsicologia nel Corso di Laurea in Logopedia dell’Università degli Studi “La Sapienza” di Roma, Dirigente Responsabile del Centro di Salute Mentale di Genzano di Roma, ASL Roma H.
e. mail: vi.manna@tiscali.it

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