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home > Medicina delle dipendenze > aggressività > Trattamento Decorso Prognosi

a cura del Dr. Vincenzo Manna

drvincman@tiscalinet.it 

Trattamento Decorso Prognosi 

Vincenzo MANNA
Medico, Psicoterapeuta, Specialista in Psichiatria, Specialista in Neurologia, Dirigente Responsabile del Centro di Salute Mentale di Genzano di Roma - D.S.M. - AUSL Roma H


Il comportamento violento episodico è abbastanza frequente nella popolazione generale, sebbene solo in una porzione esigua di casi sia possibile formulare, correttamente, la diagnosi di disturbo esplosivo intermittente, in accordo con i criteri diagnostici del DSM IV. (APA 1994b) Numerosi studi sono stati effettuati sul trattamento del comportamento aggressivo, ma, paradossalmente, pochi di essi sono stati eseguiti su pazienti con un disturbo esplosivo intermittente propriamente detto. La letteratura scientifica mondiale riporta molte osservazioni aneddotiche e descrizioni di casi clinici o studi in aperto sull’argomento. Esistono pochi studi controllati contro placebo, anche in rapporto a considerazioni etiche, circa l’utilizzo di un trattamento placebo, per il controllo di comportamenti violenti potenzialmente pericolosi. 

Molteplici di fattori sono riconosciuti svolgere un ruolo nell’eziopatogenesi di un persistente disturbo del comportamento con aggressività episodica, inclusi aspetti neuro-anatomici, neuro-biologici, neuro-endocrini, ma anche condizioni specifiche temperamentali, sociali e di stress. (Eichelman 1992) La definizione di un protocollo terapeutico specifico risulta perciò problematico. Nessun farmaco è approvato dalla Food and Drug Administration (FDA) americana per il trattamento dell’aggressività. Numerosi trattamenti si sono dimostrati in grado di ridurre o modulare i comportamenti aggressivi nell’uomo tra cui: 
1. neurolettici;
2. benzodiazepine;
3. sali di litio; 
4. beta-bloccanti (soprattutto propanololo);
5. anticonvulsivanti (soprattutto carbamazepina);
6. SSRI (fluoxetina, sertralina, paroxetina, citalopram);
7. modulatori del tono serotoninergico centrale (trazodone, buspirone, triptofano);
8. antidepressivi tricilici (clomipramina);
9. IMAO;
10. psicostimolanti;
11. psicoterapia a lungo termine. (Eichelman, 1992; Tardiff, 1992; Manna, 2001c)

Il trattamento di un paziente che presenta un episodio acuto di violenza, indipendentemente dall’eziologia sottostante, necessita, talora, di contenimento, isolamento e sedazione. L’utilizzo di neurolettici e benzodiazepine, in questa fase del trattamento è solitamente appropriato ed efficace nel controllo dell’episodio acuto di violenza. Più complesso è il trattamento di chi presenta ripetuti episodi d’aggressività accessuale. Non esistendo farmaci “antiaggressività”, riconosciuti come tali, nella farmacopea internazionale, la scelta di uno psicofarmaco deve essere basata maggiormente sulla diagnosi clinica del paziente. Per esempio quando l’aggressività consegue a disturbi ideativi di tipo psicotico risulta evidente come la somministrazione di un neurolettico possa essere clinicamente motivato ed efficace. In assenza di una chiara psicopatologia in atto, il paziente aggressivo e violento con disturbi del comportamento reiterati può avvalersi di un trattamento efficace a base di diversi farmaci, tra cui: carbamazepina, sali di litio, propanololo e SSRI. Alcuni studi hanno valutato e confermato l’efficacia dei sali di litio sul comportamento aggressivo a prescindere da una coesistente patologia bipolare. Bambini affetti da un disturbo della condotta sono stati trattati con sali di litio da Campbell et al. (1984) con un’evidente riduzione del comportamento affettivo, soprattutto quando esso presentava forti connotazioni affettive. I sali di litio sono efficaci nel ridurre l’aggressività tra carcerati, anche in assenza di disturbi affettivi in comorbidità, in uno studio controllato contro placebo effettuato da Sheard et al. (1976). Ulteriori osservazioni hanno confermato che i sali di litio mantengono la loro efficacia terapeutica nel controllo del comportamento aggressivo in carcerati non epilettici, in ritardati mentali e disabili, in bambini con disturbi della condotta oltre che in soggetti con disturbo affettivo bipolare. La carbamazepina è stata utilizzata con successo nel trattamento degli accessi di violenza insorti in soggetti che avevano foci epilettici localizzati a livello del lobo temporale e/o delle strutture limbiche. (Mattes, 1986) Numerosi altri studi hanno confermato che la carbamazepina riduce l’aggressività anche in soggetti non epilettici. (Mattes, 1990; Mattes et al. 1984; Stone et al. 1986)
Elliott (1977) ha trattato il comportamento aggressivo di soggetti con lesioni cerebrali utilizzando il propanololo. L’efficacia dei beta-bloccanti è stata confermata da numerosi studi successivi in soggetti con o senza lesioni cerebrali. (Mattes, 1990; Mattes et al. 1984; Sheard 1988 ; Williams et al. 1982 ; Yudofsky et al. 1981) Numerose ricerche successive hanno confermato l’efficacia clinica di numerosi altri composti, nel controllo del comportamento aggressivo, soprattutto di trazodone, clomipramina, buspirone ed antidepressivi ad azione selettiva sulla trasmissione serotoninergica cerebrale. (Fava, 1977; Manna, 2001b)

 

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