Il mito dell’“orecchio materno”

Per decenni si è dato quasi per scontato che le donne possiedano un’innata capacità di svegliarsi al minimo vagito del proprio bambino, mentre gli uomini dormirebbero beati. Questa credenza ha alimentato l’idea che le madri siano naturalmente destinate a occuparsi delle poppate notturne, con inevitabili ricadute sulla ripartizione dei carichi di cura e sulla qualità del sonno di entrambi i genitori.

Che cosa ha scoperto la nuova ricerca

Uno studio pubblicato sulla rivista Emotion (Vermillet, Skewes e Parsons, 2025) ha messo alla prova questa convinzione tramite due esperimenti distinti. Nel primo, 142 adulti senza figli hanno dormito in laboratorio mentre venivano riprodotti suoni di diversa intensità, tra cui il pianto di un neonato. Risultato: le donne si svegliavano più facilmente degli uomini solo ai livelli sonori più bassi, con un vantaggio del 14 percento circa. Appena il volume superava la soglia di un sussurro (circa 33-44 decibel), la differenza svaniva.

Differenze biologiche minime, squilibrio enorme

Il secondo step della ricerca ha coinvolto 117 coppie di neogenitori che, per una settimana, hanno registrato ogni risveglio notturno. In media le madri hanno gestito il triplo delle cure rispetto ai padri. Il divario osservato non può essere spiegato dal modesto 14 percento di differenza emerso in laboratorio. Ne consegue che ad alimentare la disparità non è l’udito femminile ma altro.

Perché sono i fattori sociali a fare la differenza

Gli autori suggeriscono alcune ragioni:
1. Maternità e paternità: spesso la madre è a casa più a lungo nei primi mesi, diventando la figura di riferimento per il neonato.
2. Allattamento: se la nutrizione è esclusivamente al seno, può sembrare più logico che sia la madre ad alzarsi.
3. Abitudini che si cristallizzano: una volta instaurata la routine, cambiare ruolo diventa più difficile anche quando il neonato cresce.

Tutto ciò conferma che le disuguaglianze si radicano soprattutto in fattori culturali, organizzativi e relazionali.

Cosa possiamo imparare per gestire le notti in famiglia

• Concordare un piano prima della nascita: decidere turni o strategie (ad esempio, chi si alza prepara la poppata di latte estratto o formula).
• Sfruttare i periodi di congedo: quando il padre è a casa può assumersi una quota maggiore di risvegli, in modo da pareggiare le competenze.
• Tenere traccia dei risvegli: un semplice diario condiviso aiuta a visualizzare l’equilibrio reale e ad aggiustare il tiro.
• Curare la comunicazione di coppia: la fatica notturna si accumula e genera tensioni. Parlarsi apertamente permette di prevenire conflitti e burnout.

Uno sguardo alle politiche di congedo parentale

Lo studio ricorda che in Danimarca l’aumento del congedo di paternità da 2 a 11 settimane potrebbe favorire una distribuzione più equa dei compiti notturni. In Italia il congedo obbligatorio per i padri è ancora limitato, ma ogni anno si registrano proposte di estensione. A livello individuale, chiedere e utilizzare fino in fondo i giorni disponibili è un passo concreto per riequilibrare la gestione del neonato fin dai primi mesi.

Conclusioni

L’idea che solo le donne possano sentire e rispondere al pianto notturno del bambino appartiene più al folclore che alla scienza. Le differenze biologiche di udito esistono ma sono troppo piccole per giustificare un divario di cura tanto marcato. La vera chiave è riorganizzare ruoli e aspettative dentro e fuori la famiglia, promuovendo congedi di paternità più lunghi, una migliore condivisione delle competenze e un dialogo continuo fra i partner. In questo modo si tutela non solo la parità di genere ma anche la salute, il sonno e il benessere di tutta la famiglia.

Fonti

Vermillet A-Q, Skewes JC, Parsons CE. Men and women’s waking patterns to infant crying: Preparenthood differences are insufficient to explain uneven sharing of nighttime care. Emotion. 2025;25(5):1108-1121.