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Last Page Update 09/10/2009 18.12.14

home > malattie rare > distrofia di Duchenne

Distrofia di Duchenne: ricercatori italiani mettono a punto una strategia per l’utilizzo della terapia cellulare anche quando la degenerazione muscolare è in uno stadio avanzato


Lo studio, condotto dal team del San Raffaele Biomedical Park Foundation di Castel Romano, coordinato da Giulio Cossu, dimostra come la rivascolarizzazione ed il rimodellamento del tessuto muscolare possa potenziare la terapia cellulare per le fasi più avanzate della distrofia.

Roma, 27 luglio 2008 - Pubblicato dalla prestigiosa rivista americana Nature Medicine il risultato della ricerca “Le cellule che esprimono PlGF-MMP9 ripristinano la microcircolazione e promuovono l’efficacia di una terapia cellulare nel muscolo distrofico “vecchio”.” basata sull’utilizzo dei mesoangioblasti, le cellule staminali normalmente associate ai vasi sanguigni, capaci di rigenerare il tessuto muscolare danneggiato e ripristinare la sua funzionalità. Uno degli aspetti più interessanti di queste cellule, identificate dal team del Prof. Cossu nel 2002, è che se introdotte nel sistema circolatorio sono in grado di migrare fuori dai vasi sanguigni e colonizzare i tessuti circostanti.


L’importanza di questo studio - finanziato da Parent Project Onlus, BMW, AFM (Association Francaise contre les Myopathies), Ministero della Salute e Ricerca e Comunità Europea - è dato dal fatto che nelle gravi forme di distrofia muscolare, come nella Duchenne, la degenerazione muscolare è accompagnata da un processo d’infiammazione seguito da un tipo di cicatrizzazione che riduce l’apporto di sangue e ossigeno ai muscoli danneggiandoli ulteriormente. Le poche fibre muscolari rimaste, a questo punto, non sono quasi più irrorate di sangue e circondate da tessuto connettivo, e non vi è più la possibilità di intervenire con strategie di terapia cellulare. Il nuovo studio consentirà di aggirare questo ostacolo per poter utilizzare la terapia cellulare per via sistemica anche quando il tessuto muscolare è gravemente danneggiato.

“Il risultato ottenuto dal team del Prof. Cossu, e dovuto principalmente a Cesare Gargioli, il giovane ricercatore finanziato da Parent Project, insieme a Marcello Coletta e al gruppo dell’Università di Tor Vergata composto da Fabrizio De Grandis e Stefano Cannata, potrebbe finalmente offrire una speranza ai ragazzi più grandi oltre a migliorare molti degli approcci terapeutici su cui oggi si sta lavorando.” - Questo è quanto dichiara Filippo Buccella, presidente Parent Project Onlus.

Lo studio è stato principalmente condotto nei laboratori del Parco Scientifico San Raffaele di Roma, una nuova realtà della ricerca biomedia nell’area romana fortemente voluta da Camera di Commercio in collaborazione con Unicredit Group e la Fondazione San Raffaele di Milano.

“Questi studi illustrano una nuova prospettiva - ha sottolineato Giulio Cossu, Professore di Istologia dell’Università di Milano – tuttavia, occorre ricordare che nei topi, più che nei pazienti, la rigenerazione muscolare continua anche nelle fasi avanzate della distrofia e questo potrebbe rendere più difficile quest'approccio nei pazienti, anche in considerazione della dimensioni dei muscoli umani, per cui un perfezionamento di questa strategia sarà necessaria.” - ha concluso Cossu.

La Distrofia Muscolare di Duchenne è una malattia genetica rara causata dalla mutazione di un gene che si trova sul cromosoma X e che codifica per la distrofina, una proteina essenziale che compone l’impalcatura delle cellule muscolari. La patologia è caratterizzata da un progressivo indebolimento dell’intero tessuto muscolare scheletrico, compresi i muscoli respiratori e cardiaci, che porta alla completa immobilità e alla morte. I primi sintomi si manifestano intorno ai tre anni e l’aspettativa di vita, pur raddoppiata negli ultimi anni, non supera in media i 25-30 anni. Essendo legata al cromosoma X la Dmd è trasmessa dalle madri, colpisce solo i maschi ed ha un’incidenza di un bambino su 3500. Si stima che in Italia siano 5000 le persone affette da Dmd.

Scheda scientifica

Nuovi sviluppi per la terapia cellulare nella distrofia muscolare della Duchenne

Uno studio italiano dimostra come la rivascolarizzazione ed il rimodellamento del tessuto muscolare possa potenziare la terapia cellulare per le fasi più avanzate della distrofia.

Le malattie che colpiscono in modo specifico il muscolo scheletrico sono spesso associate alla distruzione progressiva delle fibre muscolari e, in molti casi, alla sostituzione del tessuto muscolare con tessuto fibroso e adiposo. Questo è il caso delle distrofie muscolari, un gruppo di diverse patologie, tra le quali la più comune e la più grave è la distrofia muscolare di Duchenne (Dmd).

La Dmd è una malattia genetica rara causata dalla mutazione di un gene che si trova sul cromosoma X e che codifica per la distrofina, una proteina essenziale che compone l’impalcatura delle cellule muscolari. La patologia è caratterizzata da un progressivo indebolimento dell’intero tessuto muscolare scheletrico, compresi i muscoli respiratori e cardiaci, che porta alla completa immobilità e alla morte. I primi sintomi si manifestano intorno ai tre anni e l’aspettativa di vita, pur raddoppiata negli ultimi anni, non supera in media i 25-30 anni. Essendo legata al cromosoma X la Dmd è trasmessa dalle madri, colpisce solo i maschi ed ha
un’incidenza di un bambino su 3500. Si stima che in Italia siano 5000 le persone affette da Dmd.

Ad oggi, una cura per la distrofia muscolare di Duchenne e Becker non esiste. Da diversi anni, gli scienziati stanno procedendo su più fronti per sviluppare una terapia in grado di bloccare, o almeno rallentare, la degenerazione muscolare in corso. L’obiettivo più ambizioso della comunità scientifica è di riuscire a sostituire il gene difettoso della distrofina con uno completamente sano con tecniche di terapia genica, o di fornire direttamente il gene sano mediante l’utilizzo di cellule staminali, la cosiddetta terapia cellulare. In questo campo, uno degli studi più avanzati e promettenti a livello internazionale è quello portato avanti da Giulio Cossu, professore di Istologia dell’Università di Milano. La sua linea di ricerca è basata sull’utilizzo dei mesoangioblasti, particolari cellule staminali normalmente associate ai vasi sanguigni identificate dal team di Cossu nel 2002 come cellule capaci di rigenerare il tessuto muscolare danneggiato e ripristinare la sua funzionalità. Uno degli aspetti più interessanti dei mesoangioblasti è che se introdotte nella circolazione sanguigna sono in grado di migrare fuori dall’endotelio dei vasi e colonizzare i tessuti circostanti. Con due importanti lavori pubblicati nel 2003 su Science e nel 2006 su Nature, il gruppo italiano è riuscito a
dimostrare l’effetto benefico di queste cellule staminali in studi condotti su due modelli, murini e canini di distrofia: i mesoangioblasti si fondono con le fibre muscolari esistenti, producono la distrofina sana e rigenerano così il tessuto muscolare.

Nonostante questi ottimi risultati, la distrofia muscolare serba ancora un ostacolo per la messa a punto di un’efficace terapia cellulare nell’uomo: l’efficienza di integrazione delle cellule staminali nei muscoli danneggiati. Innanzitutto, i muscoli scheletrici rappresentano il tessuto più abbondante del nostro organismo e sono composti da cellule multinucleate che non si dividono, caratteristiche che li rendono un difficile bersaglio per l’integrazione di cellule staminali e per una loro estesa diffusione all’intero tessuto. Inoltre, la degenerazione muscolare associata alla Dmd è accompagnata da un processo d’infiammazione seguito da un tipo di cicatrizzazione che riduce l’apporto di sangue e ossigeno ai muscoli. Ciò scatena un meccanismo di degenerazione che con il tempo conduce alla sostituzione del tessuto muscolare con tessuto fibroso e adiposo. A questo punto i muscoli sono danneggiati in maniera irreversibile: le poche fibre muscolari rimaste non sono quasi più irrorate e sono circondate da tessuto connettivo, il che rende impossibile intervenire con strategie di terapia cellulare.

Questi meccanismi cellulari patologici si riflettono nel tipico progressivo avanzamento della malattia. Il che si traduce nella speranza di poter curare in futuro bambini affetti da Dmd in uno stadio precoce ma non pazienti in uno stadio più avanzato.

Un nuovo studio coordinato da Giulio Cossu e condotto dal team del San Raffaele Biomedical Park Foundation di Castel Romano, che sarà pubblicato on-line su Nature Medicine il 27 luglio, dimostra come l’induzione di rivascolarizzazione e di rimodellamento del tessuto muscolare possa essere una nuova strategia per aggirare questo ostacolo e riuscire ad estendere la terapia cellulare con mesoangioblasti a tutti i pazienti. Il lavoro - finanziato da Parent Project Onlus, BMW, AFM (Association Francaise contre les Myopathies), Ministero della Salute e Ricerca e Comunità Europea – è stato condotto da Cesare Gargioli insieme a Marcello Coletta e al gruppo dell’Università di Tor Vergata composto da Fabrizio De Grandis e Stefano Cannata.

I ricercatori hanno utilizzato fibroblasti dei tendini ingegnerizzati geneticamente in maniera tale da esprimere la metalloproteinasi 9 (MMP9), molecola in grado di degradare il collagene che si accumula nei muscoli durante il processo di degenerazione, ed il Fattore di Crescita derivato dalla Placenta (PlGF), noto per la sua capacità di indurre la formazione di nuovi vasi sanguigni. Esperimenti in cui i fibroblasti geneticamente modificate sono stati iniettati in muscoli di topi distrofici in età avanzata (12 mesi) hanno dimostrato una notevole riduzione del tessuto connettivo e adiposo, e la formazione di un esteso network di vasi sanguigni.
Una condizione molto simile a quella che si osserva nei topi distrofici più giovani (2 mesi) in cui la degenerazione muscolare è ancora allo stadio iniziale.

A seguito del suddetto trattamento, è stato effettuato un trapianto di mesoangioblasti per via sistemica, ovvero mediante iniezione nella circolazione sanguigna, per saggiare l’efficienza d’impianto delle cellule staminali nel tessuto muscolare danneggiato. I risultati si sono dimostrati molto interessanti: i mesoangioblasti sono in grado di migrare nel tessuto bersaglio e d’impiantarsi specificatamente nei muscoli precedentemente trattati con i fibroblasti ingegnerizzati. Ulteriori dati riportati nello studio mostrano inoltre come questo processo d’integrazione sia comparabile a quello che si ottiene con esperimenti di terapia cellulare in topi giovani. Il trapianto di mesoangioblasti è infatti accompagnato da un notevole miglioramento dello stato istopatologico dei muscoli con una riduzione del numero di fibre in degenerazione e un aumento di quelle in rigenerazione.

Lo studio condotto dal gruppo italiano dimostra così come il rimodellamento e la rivascolarizzazione del tessuto muscolare, mediati dai fattori MMP9 E PlGF, possa essere l’elemento chiave per un benefico trapianto di mesoangioblasti anche in modelli animali “anziani”. Questi risultati offrono la prospettiva di poter un giorno estendere le nuove terapie a soggetti che, per il progredire della malattia, oggi non sono elegibili. Tuttavia, occorre ricordare che parliamo di risultati ancora a livello pre-clinico in modelli animali e che ulteriori studi saranno necessari per estendere la strategia all’uomo. Ad esempio, nei topi, ma non negli umani, la rigenerazione muscolare continua anche nelle fasi avanzate della distrofia e questo potrebbe rendere più difficile l’approccio terapeutico nei pazienti. Bisogna inoltre prendere in considerazione le dimensioni dei muscoli umani, per i quali un’evoluzione della strategia presentata si rivelerà necessaria.


Parent Project Onlus, nasce nel 1996 per sconfiggere questa grave distrofia muscolare attraverso la promozione e il finanziamento della ricerca scientifica. In questi anni ha contribuito, con oltre 1.500.000 euro di investimenti, al finanziamento di più di 50 progetti specifici. Altro obiettivo primario dell’associazione è la formazione e il sostegno per le famiglie coinvolte dalla malattia. Dal 2002, grazie al Centro Ascolto Duchenne, finanziato dall’ISMA (Istituti Santa Maria in Aquiro di Roma), è attivo un servizio gratuito che fornisce informazioni dedicate alle famiglie e a tutti gli specialisti interessati all’approfondimento. Il CAD ha aperto una sede regionale in Lombardia, grazie al contributo della Fondazione Peppino Vismara e nelle Marche, grazie al finanziamento della Regione Marche. Nel 2008, con il finanziamento del Ministero della Solidarietà Sociale, saranno aperte due nuove sedi in Sicilia e in Calabria.

Maggiori informazioni sui progetti di Parent Project è possibile riceverle contattando il Centro Ascolto Duchenne al numero verde 800 943 333, telefonando al numero 06 66182811 o visitando il sito internet www.parentproject.it

Per ulteriori informazioni:
Ufficio stampa Parent Project Onlus
Stefania Collet
Tel. 06 66.18.28.11 - Fax 06 66.18.84.28
E-mail ufficiostampa@parentproject.org 

Responsabile Scientifico Parent Project Onlus
Francesca Ceradini
E-mail f.ceradini@parentproject.org

     

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