Gastroenterologia 
Gastroenterologia - La sezione medica dedicata alla gastroenterologia by Salus Medicina in rete a cura del Dr. Tullio Ferrante

In occasione del Congresso Annuale dell’Associazione Americana per lo Studio delle Malattie del Fegato (AASLD) a Boston, Massachusetts (USA), Boehringer Ingelheim ha presentato i risultati dello studio di Fase Ib SOUND-C1 che dimostrano come l’associazione orale di due farmaci contro l’epatite C, in fase di sviluppo, l’inibitore di proteasi BI 201335 e l’inibitore di polimerasi BI 207127, in associazione con ribavirina, abbiano ridotto la carica virale al limite inferiore dei livelli quantificabili, in pazienti affetti da epatite C naïve al trattamento. Il regime terapeutico non ha previsto la cosomministrazione di interferone durante i primi 28 giorni di trattamento.
Le epatiti virali croniche sono infezioni sistemiche provocate da virus, che interessano soprattutto il fegato. Ad oggi sono stati individuati cinque tipi di virus:
- virus dell'epatite A (HAV)
- virus dell'epatite B (HBV)
- virus dell'epatite C (HCV)
- virus dell'epatite D (HDV)
- virus dell'epatite E (HEV).
Si parla di epatite virale cronica quando l'infiammazione e la necrosi del fegato durano da più di sei mesi. Le forme trasmesse per via enterica e cioè la A e la E, si risolvono spontaneamente,quindi quelle che possono manifestarsi come forme croniche sono:
- epatite B
- epatiteC
- epatite D associata ad epatite B.

Le Associazioni chiedono più sostegno ai pazienti, diagnosi tempestive e un approccio multidisciplinare alla patologia.Malattia di Crohn e colite ulcerosa colpiscono oggi quasi 200.000 italiani, oltre 6.700 solo in Sicilia; la celiachia 75.000, di cui 3.200 siciliani. Nell’ambito del XIII Congresso FIMAD di Palermo, un convegno promosso dalle Associazioni pazienti AMICI e AIC ha riunito clinici e rappresentanti dei malati per discutere come migliorare la qualità dell’assistenza sociosanitaria.

La mancanza di un Registro Nazionale per le malattie infiammatorie croniche intestinali (MICI) e la presenza di un “sommerso” considerevole per la celiachia, dovuto agli innumerevoli casi non ancora diagnosticati, rendono estremamente difficoltoso poter avere un quadro preciso della situazione italiana, con dati esaustivi sui costi sociali legati a queste patologie talora invalidanti. Le MICI e la celiachia sono condizioni croniche con le quali il paziente deve necessariamente convivere per tutta la vita e, come spesso accade per le malattie dal decorso lungo e fortemente condizionante, hanno un profondo impatto anche sullo stato emotivo e sulla capacità sociale di chi ne è affetto. Di conseguenza, si hanno ripercussioni significative non solo sui costi diretti - strettamente legati agli esami diagnostici, ai ripetuti controlli medici, al trattamento farmacologico e chirurgico - ma anche sui costi indiretti che gravano sul paziente e sulla società.

La colite ulcerosa e la malattia di Crohn sono due malattie a decorso cronico, caratterizzate da un’infiammazione dell’intestino, la cui causa è ancora sconosciuta. La prima è stata descritta fin dal 1859, mentre la seconda nel 1932 da Crohn, Ginzburg e Oppenheimer. Poiché in alcuni casi le due malattie assumono un quadro clinico molto simile, vengono spesso classificate come un’unica entità e denominate “malattie infiammatorie croniche intestinali” (MICI), caratterizzate dall’alternarsi di fasi di benessere a periodi di riacutizzazione. La cronicità delle due condizioni, cioè la loro inguaribilità, non significa infatti che i pazienti non possano godere - e frequentemente ne godono - di prolungati periodi di relativo benessere.

La scoperta è frutto della collaborazione fra l’IRCCS Burlo Garofolo e l’Università di Trieste assieme all’IRCCS Gaslini (Genova) e all’ospedale pediatrico Meyer (Firenze), e potrebbe consentire di realizzare una terapia personalizzata per le diverse tipologie di malati.
Trieste – Giovani pazienti affetti da Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali (MICI) in forma acuta rispondono meglio ai trattamenti standard con glucocorticolidi solo se possiedono una particolare variante genica nel recettore cellulare che lega questi farmaci. La versione mutata del gene è in realtà un polimorfismo, cioè una forma alternativa che non provoca di per sé malattia, ma che potrebbe rappresentare un marcatore molecolare da ricercare prima di iniziare la cura, evitando ai malati - soprattutto se giovanissimi – di assumere questa classe di farmaci, comunemente impiegati in terapia ma caratterizzati da pesanti effetti collaterali.

Epidemiologia
La celiachia è un’intolleranza alimentare cronica nei confronti del glutine, contenuto in alcuni cereali (in particolare frumento, segale, orzo, farro, kamut), in grado di determinare, in soggetti geneticamente predisposti, un danno della mucosa dell’intestino tenue sotto forma di scomparsa dei villi intestinali. Negli ultimi anni la celiachia è andata incontro ad una vera e propria metamorfosi, trasformandosi da malattia rara – come fino a non molto tempo fa veniva descritta – in un vero e proprio fenomeno di massa, con la particolarità tuttavia di essere un fenomeno di massa sommerso. E oggi finalmente sappiamo, grazie a studi di screening compiuti su campioni di popolazione, che la celiachia è una patologia molto frequente con una prevalenza di un caso ogni 100-150 soggetti e con una distribuzione praticamente ubiquitaria nel mondo, dall’Europa all’America, dall’Oceania all’Asia e all’Africa. Le uniche parti del mondo in cui la celiachia sembra ancora una realtà sconosciuta sono la Cina, la Malesia, le Filippine e l’Indonesia, aree ove notoriamente il consumo di cereali con glutine è molto scarso.
Con il termine (volutamente generico) di dispepsia si vuole fare riferimento a un quadro patologico di tipo infiammatorio e cronico, a carico dello stomaco e/o del duodeno, e comprendente anche, eventualmente, delle ulcerazioni mucosali con perdite ematiche. Fra i fattori predisponenti possiamo citare i seguenti: alcool, tabacco, aspirina o altro farmaco antinfiammatorio non steroideo, stress fisiologico (traumi, setticemie, chirurgia), e, non ultimo, Helicobacter pylori, trovato nel 90-100% dei casi di ulcera duodenale e nel 66-77% dei casi di ulcera gastrica.
Perché parlare di cagA? Tempo fa si diceva che va di moda l'Helicobacter, e adesso, citando cagA, qualcuno potrebbe ripetere la stessa cosa. "cagA" è il nome di un antigene che viene espresso soltanto in alcuni ceppi di H. pylori; dato che questo antigene è fortemente immunogeno (e quindi facilmente identificabile per via indiretta tramite la sierologia), e dato che è clinicamente importante in quanto è associato fortemente al fattore citotossico (presente nei ceppi più patogeni), si può comprendere il motivo del grande interesse che è sorto su questo argomento.