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Last Page Update 19/03/2008 18.08.02

home > neurologia > aprassia

Ricerca della Fondazione Santa Lucia e dell’Università “La Sapienza” di Roma
ICTUS E APRASSIA, QUANDO I GESTI QUOTIDIANI DIVENTANO DIFFICILI: PER POTERLI COMPIERE OCCORRE PRIMA CAPIRE QUELLI DEGLI ALTRI
I risultati dello studio aiuteranno a definire programmi di riabilitazione motoria

FONDAZIONE SANTA LUCIA - ISTITUTO DI RICOVERO E CURA A CARATTERE SCIENTIFICO - Ospedale di rilievo nazionale e di alta specializzazione per la riabilitazione neuromotoria


Oltre la metà di coloro che hanno subito un ictus all’emisfero sinistro del cervello vengono colpiti da un disturbo denominato aprassia; ciò avviene anche in una minima parte dei casi in cui è interessato l’emisfero destro. L'aprassia è l’incapacità di compiere, su imitazione o comando verbale, gesti già appresi e nonostante la forza muscolare e la sensibilità rimangano praticamente normali: il malato, ad esempio, non è più capace di allacciarsi le stringhe delle scarpe, di aprire una porta, di accendere la televisione, Questo deficit neuropsicologico coinvolge in genere specifiche parti del corpo: gli arti, la bocca ed il tronco. Nel 45% dei casi i sintomi aprassici persistono fino ad un anno dall’ictus, limitando la vita quotidiana del paziente ed aggravandone la dipendenza dagli altri, anche per attività basilari come lavarsi, vestirsi e nutrirsi; a fronte di questo vasto fenomeno sono assai scarsi gli studi mirati a realizzare protocolli diagnostici e riabilitativi.

Ora una ricerca italiana ha dimostrato che pazienti incapaci di eseguire determinati gesti a causa dell’aprassia hanno anche difficoltà a capire se gli stessi gesti eseguiti da un altro soggetto sono corretti o presentano errori. Si è inoltre scoperto che tale deficit nel riconoscimento dei gesti è dovuto a lesioni che coinvolgono regioni frontali dell’emisfero sinistro, deputate alla pianificazione ed esecuzione delle azioni. Tale studio ha importanti implicazioni cliniche e suggerisce di includere nei protocolli riabilitativi dei disturbi motori – compresi quelli complessi come l’aprassia - test basati sull’osservazione da parte del paziente delle azioni altrui e non soltanto sulla sua capacità di eseguire tali azioni.

La ricerca è stata condotta a Roma presso l’IRCCS Il gruppo di ricerca del Prof. S.M. Aglioti (al centro)Fondazione Santa Lucia e l’Università La Sapienza; lo hanno realizzato il prof. Salvatore Maria Aglioti* e la dott.sa Mariella Pazzaglia** in collaborazione con il prof. Nicola Smania dell’Università di Verona. I risultati sono pubblicati oggi su “The Journal of Neuroscience”, rivista ufficiale della Società Americana per le Neuroscienze. Il lavoro scientifico si è avvalso dei finanziamenti del Ministero dell’Università e Ricerca e del Ministero della Sanità.

L’aprassia è distinta in “ideativa” (AI) ed “ideomotoria” (AIM). La prima si evidenzia quando il paziente deve compiere un’azione più o meno complessa con l’uso di uno o più oggetti. In questo caso il paziente è confuso e compie una serie d’errori, come se riconoscesse la funzione degli oggetti ma non riuscisse a pianificare e ad eseguire in modo adeguato la loro utilizzazione: ad esempio per accendere una candela avendo a disposizione una scatola di fiammiferi sfrega la candela sulla scatola. Nel caso di AIM, invece, il disturbo si manifesta quando il paziente è chiamato a compiere dei gesti (simbolici o utili) senza l’uso di oggetti: ad esempio, alla richiesta di fare il gesto della corna estende il pollice e l’indice invece dell’indice e del mignolo, come se sapesse cosa fare ma non come farla. Un singolare fenomeno che si può talora osservare nell’aprassia è la cosiddetta dissociazione automatico-volontaria: alcuni gesti che non possono essere eseguiti su richiesta o su imitazione vengono normalmente eseguiti in un contesto in cui essi sono abituali. Un caso è quello dell’aprassico incapace di fare il segno della croce quando gli viene richiesto ma che lo esegue d’istinto entrando in una chiesa.

La ricerca coordinata dal prof. Aglioti si è svolta grazie al supporto dei laboratori del Centro Ricerche di Neuropsicologia e di Neuroimmagini della Fondazione Santa Lucia insieme con quelli del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Roma La Sapienza. Per il lavoro scientifico sono state utilizzate le più avanzate tecniche per la ricostruzione tridimensionale delle lesioni cerebrali.

Roma, 19 Marzo 2008

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* Salvatore Maria Aglioti è Professore ordinario ed insegna Neuropsicologia del Linguaggio e tecniche sperimentali di ricerca presso l’Università di Roma “La Sapienza”, dove afferisce al Dipartimento di Psicologia. E’ Direttore della scuola di specializzazione in Neuropsicologia e coordinatore del dottorato europeo in Neuroplasticità Cognitiva e Riabilitazione. Svolge la sua attività di ricerca nel Laboratorio di Neuropsicologia, TMS (Stimolazione Magnetica Transcranica) e Potenziali Evocati Laser dell’IRCCS Fondazione Santa Lucia e nel Laboratorio di Psicofisica e TMS del Dipartimento di Psicologia de La Sapienza

** Mariella Pazzaglia è Assegnista di ricerca, svolge la sua attività nei Laboratori di Neuropsicologia e di Neuroimmagini dell’IRCCS Fondazione Santa Lucia e presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università degli Studi “La Sapienza”. I suoi interessi di ricerca riguardano i meccanismi corticali dell’imitazione e la rappresentazione neurale del riconoscimento di azioni.


I DISTURBI APRASSICI
Un fenomeno largamente sottostimato

a cura del Dott. Stefano Paolucci - Specialista in Neurologia
Direttore Unita Operativa Complessa di Neuroriabilitazione - IRCCS Fondazione S. Lucia

Nei paesi industrializzati l'ictus rappresenta, per le dimensioni epidemiologiche e per impatto socio-economico, una delle più importanti problematiche sanitarie. Esso, infatti, costituisce la prima causa di invalidità permanente e la seconda causa di demenza. Tuttavia le informazioni sui postumi che un evento ictale può provocare non sono si certo esaustive.

Un tale evento può provocare molteplici segni e sintomi ma solo per alcuni di essi di più immediata identificazione - essenzialmente quelli di forza e linguaggio - si repertano dati epidemiologici sufficientemente accurati e omogenei. Invece, per altri disturbi post-ictali le informazioni disponibili non solo sono più limitate ma spesso anche non completamente attendibili, sia per l’oggettiva minore frequenza di tali disturbi sia per le maggiori difficoltà d’identificazione e quantificazione. Ciò è particolarmente evidente per alcuni disturbi neuropsicologici, in quanto un esame delle funzioni cognitive è spesso affrontato in maniera superficiale nel corso di un esame neurologico di routine. Ne consegue che informazioni attendibili sulla presenza e sulla gravità di alcuni disturbi derivano solo da specifiche valutazioni eseguite da neuropsicologi e/o da clinici attenti alle problematiche neuropsicologiche, ma tali specialisti non sono presenti in tutti i centri ospedalieri o territoriali. A tale proposito va segnalato che anche in un Paese ad alto tenore di vita come il Canada solo il 38% dei pazienti con ictus veniva valutato per la presenza di un importante disturbo neuropsicologico come l’emidisattenzione spaziale e solo il 13% di essi mediante una specifica batteria standardizzata di test (Menon-Nair et al., 2006). Si pone pertanto una domanda: alcuni disturbi sono veramente poco frequenti o la loro relativa rarità è essenzialmente legata a una mancanza di rilevazione a causa della scarsa sensibilità dei clinici sull’argomento?

Vanno inoltre tenuti in considerazione altri importanti fattori. Il primo è il sempre minor tempo che ogni clinico ha per la valutazione dei pazienti, con la conseguente - ma non giustificabile - maggiore attenzione per i disturbi più clinicamente rilevabili. Poi - come già ricordato - la relativa esiguità dei centri che possiedono dei servizi di neuropsicologia che possono correttamente formulare una diagnosi di uno specifico disturbo neuropsicologico.
I disturbi aprassici rientrano pienamente in questo contesto. L’aprassia è un disturbo caratterizzato da difficoltà o incapacità nell’eseguire in maniera corretta movimenti volontari, aventi o non significato, in assenza di gravi disordini motori o sensitivi. Rappresenta un disordine di pianificazione e programmazione dell’attività motoria complessa. Sono stati descritti vari disturbi aprassici, quali l’aprassia degli arti, dell’abbigliamento, dello sguardo, del distretto bucco-facciale, del linguaggio, del cammino, delle abilità costruttive. L’aprassia, nella maggior parte dei casi, si evidenzia solo mediante specifiche valutazioni, poiché non sempre è evidente nelle attività quotidiane, oppure coesiste con deficit più rilevanti quali un’emiparesi o un’afasia. Va inoltre considerato che non esiste un pieno accordo su quali siano i metodi ottimali per la sua valutazione. Ne deriva un’ampia dispersione di dati epidemiologici, con un range compreso tra il 10% (Pedersen et al., 2001) ed il 50% (De Renzi et al., 1980) dei pazienti con cerebrolesione sinistra.

Nelle casistiche selezionate, come quelle ricoverate per riabilitazione, nelle quali il disturbo è costantemente ricercato e valutato da personale specializzato, tali percentuali sono molto elevate: un recente studio ha riscontrato aprassia ideomotoria nel 54% di pazienti con emiparesi/plegia destra e nel 25% di quelli con emiparesi/plegia sinistra (Kaya et al., 2006). Nei casi con emiplegia destra il disturbo aprassico era molto più grave (Kaya et al., 2006). La maggior parte dei lavori disponibili in letteratura sono concordi sul ruolo sfavorevole dell’aprassia sullo stato funzionale (Sundet et al., 1988;Giaquinto et al., 1999;Hanna-Pladdy et al., 2003), ma esistono voci discordanti che attribuiscono all’aprassia un ruolo prognostico minore (Pedersen et al., 2001).


Per maggiori informazioni:
Flavio Massimo Amadio
Responsabile Ufficio Stampa
Fondazione Santa Lucia
Via Ardeatina, 306 – 00197 Roma
tel. 06 5032073
fax 06 5032097
fm.amadio@hsantalucia.it
www.hsantalucia.it

 

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