Gli anestetici endovenosi
servono principalmente per indurre l'anestesia, cioè per iniziare l'anestesia portando il
paziente dallo stato di veglia ad una condizione che è molto vicina al coma, ma di tipo
reversibile. Hanno un'azione rapida, graduale e sono più graditi dal paziente rispetto a
quelli inalatori.
Si somministrano mediante un ago-cannula, cioè un ago di materiale plastico che poi serve
durante l'anestesia per somministrazioni continua di farmaci e che può rimanere in vena
anche per vari giorni. Gli anestetici endovenosi più utilizzati sono il tiopentale
(che un barbiturico) ed il propofol. Mentre il primo viene utilizzato
esclusivamente nell'induzione dell'anestesia, perché ha tempi di recupero lunghi, il
propofol, grazie alla sua breve durata di azione, può essere impiegato, non solo
all'avvio dell'anestesia ma anche durante anestesia.
Le benzodiazepine hanno una azione sedativa, in grado cioè di ridurre l'ansia del
paziente e predisporlo al sonno, se sono usate a basse dosi, mentre ad alti dosaggi
inducono direttamente il sonno.
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Per effettuare la
respirazione assistita durante l'anestesia è necessario collegare i polmoni ad una
macchina per anestesia. Per permettere l'inserimento del relativo tubo in trachea e la
respirazione artificiale è necessario rilassare completamente la muscolatura. Inoltre il
rilassamento muscolare profondo è necessario per la maggior parte degli interventi
chirurgici. A questo scopo si usano i miorilassanti o curari.
I miorilassanti usati oggi derivano da alcune sostanze naturali, i curari, estratti da
alcune piante provenienti dalle foreste amazzoniche dell'America del Sud e che venivano
utilizzati dagli indios sulla punta delle frecce e paralizzare la preda.
La paralisi coinvolge progressivamente tutti i muscoli, compreso il diaframma, per cui il
paziente non è più in grado di respirare autonomamente e deve essere ventilato
artificialmente, con l'aiuto di un tubo sistemato in trachea ed una macchina di anestesia.
Il primo curaro introdotto, la d-tubocurarina, è stato abbandonato per la frequenza di
eventi avversi. Oggi si impiegano dei derivati di queste sostanze, più tollerati e
sicuri, come il cisatracurium, che non richiede l'intervento del rene o
del fegato per essere eliminato dall'organismo, come gli altri farmaci, per cui può
essere impiegato in pazienti in stato di salute compromesso.
Alla fine dell'intervento chirurgico, quando
non è richiesta più l'azione dei curarici, il paziente riprende gradualmente l'attività
muscolare e respira autonomamente man mano che il farmaco viene eliminato. Per accelerare
la ripresa del tono muscolare è possibile somministrare gli antidoti dei curarici
che bloccano la loro azione.
Gli anestetici inalatori hanno una certa
attività analgesica, che tuttavia non è sufficiente a proteggere il paziente dagli
stimoli dolorosi prodotti dall'intervento chirurgico. Quindi l'anestesista associa farmaci
agli analgesici oppioidi. Sono potenti analgesici che originariamente derivanano
dall'oppio (da cui il nome) estratto dal papavero. Agiscono sul sistema nervoso
interferendo sui meccanismi fisiologici alla base del dolore, mediante l'interazione con
particolari recettori per gli oppioidi, del corpo umano. In pratica entrano come una
chiave nella serratura (recettore) bloccando il passaggio del dolore.L'oppioide più
conosciuto è la morfina ma ora non viene usato in anestesia in quanto ha una durata
troppo lunga. Si preferiscono farmaci a durata d'azione breve che l'anestesista può
dosare meglio e permettere al paziente di risvegliarsi dall'anestesia prontamente. Uno
degli oppioidi per anestesia più moderni è il remifentanil che viene
somministrato in infusione continua. La sua durata d'azione brevissima (5 minuti) consente
all'anestesista di sospenderne la somministrazione, poco prima della fine dell'intervento,
e di far risvegliare il paziente prontamente, senza inutili e lunghe attese.
La scelta del tipo di analgesico oppioide da
utilizzare durante l'intervento chirurgico o nel periodo post-operatorio sono differenti.
Durante l'anestesia si preferiscono oppioidi che possano subito essere eliminati, appena
la situazione lo richiede, mentre nel postoperatorio quelli dalla durata d'azione più
lunga. Le dosi che si usano durante l'intervento chirurgico sono più elevate di quelle
necessarie ad alleviare il dolore post-operatorio.
Un altro farmaco utilizzato in anestesia è
l'atropina che serve a ridurre le secrezioni salivari e bronchiali, il broncospasmo e
la bradicardia (riduzione della frequenza cardiaca) che possono insorgere in seguito
all'uso dei farmaci anestetici e che possono insorgere in seguito ad alcune manovre
chirurgiche. Ma il farmaco veramente indispensabile e salva-vita è l'esmololo
che viene usato nelle situazioni di emergenza quando il paziente presenta
impovvisa ed intensa tachicardia (aumento della frequenza cardiaca) e/o
ipertensione
In alcuni tipi di anestesia si utilizzano
anche i neurolettici (detti tranquillanti maggiori) che agiscono a livello del
sistema nervoso centrale e che potenziando l'azione degli anestetici.
Prima dell'anestesia i pazienti possono essere trattati con antiacidi chiamati
H2-antagonisti, come la ranitidina, che servono a neutralizzare
l'acidità gastrica e prevenire la risalita di succhi gastrici e l' inalazione nei
polmoni, evento molto pericoloso per il paziente. Infatti i riflessi che controllano la
deglutizione e la respirazione sono indeboliti dall'anestesia ed il paziente potrebbe
inalare involontariamente il contenuto dello stomaco arrecando gravi danni ai polmoni.
Anche l'ondansetron, anti-vomito specifico per l'anestesia, previene
l'insorgenza di nausea e vomito, frequenti nel periodo post-operatorio.
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